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Il voto e le sue ombre lunghe

Rispetto per l’esito referendario e interrogativi aperti sul futuro della giustizia e della politica italiana, tra fiducia nei giudici e crisi della rappresentanza.

Il rispetto del voto e il nodo dell’interpretazione

Il popolo si è espresso chiaramente nel referendum. Al di là di come ciascuno ha votato e delle relative motivazioni, ne va preso atto con pieno e sincero rispetto democratico.

Questione molto più complicata, a mio parere, è come interpretare questo voto. “Un voto di difesa della Costituzione”, dicono tanti amici. In parte è stato certamente così.

La norma bocciata lasciava trasparire intenti poco trasparenti ed è stata accompagnata da posizioni inaccettabili da parte di molti esponenti del Governo e della destra. Vero.

Resta, però, largamente inattuato il principio costituzionale del “giusto processo”, sancito – a garanzia dei diritti dei cittadini ed in coerenza con la democrazia liberale – proprio dall’articolo 111 della Costituzione: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.”

Riforme mancate e memoria storica

La discussione su un equilibrato assetto della giustizia, sulla sua coerenza con i principi della democrazia liberale e sul suo ruolo nel novero dei poteri di cui parla la Costituzione, non nasce certo con le iniziative di questo Governo.

Solo per citare un riferimento alla nostra storia politica, la Democrazia Cristiana aveva avanzato, nel marzo del 1974, una proposta di legge per la modifica dell’articolo 104 della Costituzione, a prima firma di Gerardo Bianco e, tra gli altri, di Tina Anselmi. Prevedeva, tra l’altro, un Consiglio Superiore della Magistratura composto da un terzo di togati e due terzi di laici, con il Ministro della Giustizia al posto del Procuratore Generale.

Ogni riforma della Costituzione esige tuttavia uno sforzo sincero di confronto e di “nobile compromesso” parlamentare, come fecero i Padri e le Madri costituenti, pur in un’epoca di forte conflitto ideologico.È quanto pare evocare anche il Presidente della Repubblica quando richiama, spesso inascoltato, la necessità di un rinnovato “spirito costituente”.

Le responsabilità politiche e il congelamento della giustizia

Uno sforzo che in questo caso non c’è minimamente stato, per principale, anche se non esclusiva, responsabilità del Governo Meloni.

Le conseguenze si sono viste e si vedranno, innanzitutto con il congelamento, per molto tempo, dello status quo nell’assetto della giustizia. Il voto referendario è sacro e va rispettato. Ed è un bene che si sia espresso con percentuali superiori al previsto.

Ma per interpretarlo correttamente occorre ricordare anche che negli ultimi anni gli italiani hanno respinto la riforma costituzionale del 2016 e, nel 2020, hanno invece approvato la drastica riduzione del numero dei parlamentari, animata da una evidente pulsione anti-casta.

Una riforma che ha ridotto ulteriormente il ruolo delle Camere rispetto al Governo e reso più distante il rapporto tra elettori ed eletti.

Fiducia nella magistratura e crisi della politica

Sorge allora un dubbio: forse ha ragione Gherardo Colombo, quando osserva che “gli italiani si fidano di più della magistratura che dei politici”.

Di tutti i politici, si deve intendere. Nasce qui un ulteriore interrogativo, tutto politico, sul significato del voto. Ci sono davvero elementi solidi per ritenere che il successo del NO costituisca la premessa per una futura vittoria elettorale del cosiddetto campo largo?

Le prime analisi, come quelle dell’Istituto Cattaneo, invitano alla prudenza: le certezze sono poche.

Un voto complesso e un futuro incerto

Finita la campagna referendaria, restano i problemi strutturali del Paese.

Resta la necessità di una visione europea e internazionale, in un tempo segnato dal disordine globale, dalle crescenti disuguaglianze e dalla crisi della stessa democrazia.

È su questo terreno che si giocherà la possibilità di capitalizzare un voto così complesso.

Non sarà una passeggiata per un’opposizione che, ad oggi, non dispone di una visione comune, chiara e condivisa. E non basterà certo rilanciare lo strumento delle primarie.

Senza fatti nuovi, profondi e credibili sul piano della rappresentanza e delle idee, la destra – pur indebolita – resterà competitiva.

E molti entusiasmi di queste ore, in vista del 2027, rischiano di rivelarsi prematuri, se non fuorvianti.