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sabato, 17 Gennaio, 2026
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Il vuoto dopo la Dc: una cultura di governo rimossa

Liquidare lo Scudo Crociato come bersaglio polemico evita il nodo centrale: dopo il 1993 nulla ha realmente sostituito progetto, classe dirigente e stile di governo, lasciando perciò un’eredità irrisolta alla democrazia italiana.

Un riflesso polemico che evita il confronto

«Ma, di grazia, come si può continuare ad attaccare la Dc ogniqualvolta se ne parla?».

La domanda non è retorica: riguarda la credibilità con cui una parte della pubblicistica progressista (e non solo) ridicolizza l’esperienza politica, culturale e soprattutto di governo della Democrazia Cristiana.

Un riflesso che si ritrova anche nelle forze populiste, tanto a destra quanto a sinistra, e che scatta puntualmente quando si tocca la storia dei suoi cinquant’anni di governo.

Disprezzo e derisione: la caricatura come scorciatoia

Su quella stagione cala spesso un doppio registro. Da un lato il disprezzo: la Dc descritta come partito di potere, votato al compromesso e colluso con ogni forma di criminalità organizzata, quindi “incommentabile” e liquidata come esperienza da archiviare. Dall’altro la derisione, con la riduzione a folklore e macchietta, anche perché “tanto non torna più”.

È una narrazione comoda, ma povera: assolve chi la ripete dall’onere di un confronto serio con ciò che quella storia ha rappresentato e con ciò che è mancato dopo.

Tre elementi non sostituiti dopo il 1993

Al di là dei detrattori storici, vale la pena ricordare tre aspetti che, dal tramonto della Dc nel 1993, non sono stati rimpiazzati in modo adeguato.

Il primo è il progetto politico, e con esso un progetto di società sostenuto da una vera cultura di governo.

Il secondo riguarda il prestigio e il peso della classe dirigente democristiana, riconosciuta anche sul piano europeo e internazionale, e poi progressivamente espulsa dalla “cittadella” politica.

Il terzo è uno stile: nel governo e nei rapporti con avversari ed elettorato, sacrificato sull’altare del “nulla della politica” — per dirla con Martinazzoli — e travolto dall’irruzione del populismo dal 1994 in poi.

Un’operazione miope che oscura il presente

Ecco perché, qualunque giudizio si voglia dare su quella lunga esperienza, un dato politico resta: continuare a demolire, ridicolizzare e soprattutto criminalizzare la Dc è un’operazione miope, irresponsabile e qualunquista, specie se paragonata a ciò che la politica italiana è diventata da tempo.

Più che un processo alla Dc, servirebbe un audit sul vuoto che ne è seguito — e su chi, da trent’anni, lo gestisce senza colmarlo.