Qualcosa si muove negli interstizi di quella che appare come la “non politica” cattolica, perlopiù assorbita nel mix di alibi e dogma del suo pluralismo metodologico. Si vuole uscire dal guscio, si pensa di farlo ricominciando a discutere e a ragionare con la necessaria sensibilità di chi si sporca le mani con la politica. Va data una risposta a un bisogno di ricomposizione che pervade in maniera strisciante la dimensione sociale dell’impegno pubblico cristiano.
Le divisioni esistono, come d’altronde emerge dal dibattito in corso sul referendum del prossimo 20-21 marzo. Anche nel 1946 i cattolici si divisero tra Repubblica e Monarchia, ma ebbero di fronte una leadership che riuscì a tenere aperta la prospettiva di un partito a “vocazione unitaria”, vincolando gli iscritti alla scelta repubblicana, ma lasciando libertà di voto al vasto elettorato che la Dc chiamava a raccolta. Era importante guardare oltre la questione istituzionale – certo fondamentale – senza rinunciare a una visione strategica sul futuro dell’Italia.
Nel presentare a Bologna, lo scorso 13 dicembre, l’edizione critica della biografia di De Gasperi, scritta da Igino Giordani nel 1955, è risuonato improvviso uno slogan: non accontentiamoci del presente, lavoriamo piuttosto all’ideazione di un “nuovo campo degasperiano”. Cosa significa, di preciso? Non già un confine da imporre, semmai uno spazio da allargare. Dunque è un processo da condividere e strutturare, per fare del cattolicesimo politico il vettore di un’alternativa che muova dal significato più profondo della lezione di De Gasperi.
Sono quattro le sigle che al momento si dichiarano pronte a sostenere la nuova iniziativa: Tempi Nuovi, Popolari Uniti, Rete Bianca, ANDC. Presto si passerà a una formula più stringente e risolutiva, non senza aver prima discusso con altre realtà interessate. Parlare di “campo degasperiano” è fare squadra, aprire varchi, produrre consenso; non è l’etichetta di una parte o l’egemonia di qualcuno. I cattolici democratici possono riscopre la loro autonomia per contribuire a rinnovare la politica italiana, sottraendosi alla logica della subalternità rispetto ad altri schieramenti. È una sfida.
