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domenica, 1 Febbraio, 2026
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Iran, il regime alla prova finale

Qual è la condizione del Paese? Crisi economica, crollo dei proxy regionali e secolarizzazione della società: la repressione feroce delle proteste rivela la fragilità del potere teocratico e il timore di una svolta irreversibile.

Un Paese in rivolta permanente

Trentamila morti ammazzati dalla violentissima reazione del regime ai moti di piazza iniziati lo scorso 28 dicembre a Teheran e poi rapidamente estesisi a tutto il territorio della Repubblica Islamica. Manifestazioni che periodicamente scuotono il Paese, ogni volta più intense. L’ultima era stata nel 2022, denominata “Donna, vita e libertà” in seguito all’uccisione di Mahsa Jina Amini, rea di non aver indossato adeguatamente l’hijab come imposto dalla Polizia Morale. È l’Iran di oggi.

La miccia sociale ed economica

Questa volta la miccia della rivolta è stata innescata dai commercianti – certo sino ad ora non i maggiori oppositori del governo – e dalla classe media, in via di impoverimento a causa dell’inflazione fuori controllo e della svalutazione della moneta. E le motivazioni si sono estese sino a comprendere le sempre maggiori difficoltà dell’approvvigionamento idrico, i costi enormi del sostegno ai proxy regionali che però impoveriscono gli iraniani, la incontrollata corruzione del sistema di potere.

 

Una repressione senza concessioni

Così, a differenza delle proteste scoppiate nel 2017–2019, e di quella, più intensa, del 2022, questa volta l’arco di popolazione coinvolto è stato molto maggiore e ciò ha comportato un impegno repressivo più intenso e radicale da parte delle autorità.

Mentre nel passato era stato utilizzato un dosato mix di repressione e concessioni economiche (mai ideologiche, ovviamente), questa volta il leader supremo Ali Khamenei non ha lasciato alcun margine, attaccando e condannando durissimamente gli insorti. Da qui la mattanza.

Un regime più debole di quanto appaia

La risposta immediata è la più semplice, ma anche la più vera: il regime è molto più debole di un tempo. Vi sono cause di natura economica, che impattano sulle condizioni di vita materiale della popolazione. Il peso delle sanzioni internazionali, reintrodotte e appesantite lo scorso settembre, si fa sentire pesantemente, rendendo sempre più onerosi i costi di quella politica regionale imperniata sull’ambiziosa “Mezzaluna sciita”.

Il crollo del disegno geopolitico

Quel disegno è crollato – ed ecco la causa di natura politica – falcidiato dalla reazione israeliana al massacro del 7 ottobre, che ha indebolito o, come nel caso di Assad, eliminato i proxy alleati; dalla conseguente “guerra dei dodici giorni”, che ha dimostrato le debolezze anche militari dell’Iran, incapace di proteggersi dalle bombe targate Stella di David; dall’attacco USA ai siti di arricchimento dell’uranio, l’altra spesa immensa che gli ayatollah hanno accollato ai loro sudditi nella speranza di potersi dotare della bomba atomica e divenire così inattaccabili.

 

La secolarizzazione come minaccia esistenziale

Sono queste evidenti difficoltà ad aver ulteriormente irrigidito il regime. Ma probabilmente c’è un’ulteriore chiave di lettura di questo atteggiamento criminale assunto su impulso diretto della Guida Suprema: la percepibile laicizzazione di larga parte degli iraniani, soprattutto dei giovani, che rappresentano la maggioranza della popolazione.

La società si è secolarizzata, la pratica religiosa è diminuita e le moschee non sono più il fulcro del controllo sociale imposto dall’ortodossia.

Un fronte sociale sempre più ampio

La necessità di stroncare tutto ciò è divenuta ancora più urgente, soprattutto innanzi all’estensione del fronte di opposizione: non più solo le donne, non più solo i giovani, ma anche esponenti del ceto medio conservatore e tradizionalmente più ligio alle regole del sistema.

E infatti così è avvenuto.

Lopposizione senza guida

Ora, alla fine di un gennaio di sangue che ha visto la morte di migliaia di iraniani, la spinta della rivolta pare essersi attenuata, come già accaduto altre volte. Il problema dell’opposizione resta la frammentazione e la mancanza di una leadership capace di compattare le diverse anime.

Non è realisticamente immaginabile che questo ruolo possa svolgerlo Reza Pahlavi, figlio dell’ex scià, in esilio negli Stati Uniti da quarantasei anni.

La paura vera: lattacco dallesterno

Una debolezza che si somma alla repressione sistematica esercitata contro qualsiasi organizzazione non allineata. Ed è forse per questa ragione che gli ayatollah temono non tanto la protesta interna, che anche questa volta sono riusciti a soffocare, quanto il possibile attacco esterno: quello che Donald Trump sta seriamente minacciando.