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venerdì, Aprile 4, 2025
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Istat, Italia in chiaroscuro: pesa la sfiducia nel futuro

Il Rapporto dell’Istituto di Statistica descrive un trend di appiattimento verso il basso al quale il popolo italiano sembra rassegnato perché le buone notizie non si trovano nemmeno al mercatino dell’usato.

L’Istat ha recentemente pubblicato l’annuale Rapporto sulle condizioni di vita e il reddito degli italiani, avendo aderito – a partire dal 2004 – al progetto Eu-Silc (European Union Statistics on Income and Living Conditions) che costituisce una delle principali fonti di dati per i rapporti periodici dell’Unione europea sulla situazione sociale e sulla diffusione del disagio economico nei Paesi membri, i cui principali indicatori sono il reddito e l’esclusione sociale, con significativa attenzione agli aspetti di deprivazione materiale.

I dati sulle condizioni di vita nel 2024 mostrano un quadro sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente. La popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2024 è pari al 23,1% (era 22,8% nel 2023), per un totale di circa 13 milioni e 525mila persone, in pratica circa 1 italiano su 4.

Si tratta degli individui che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale o a bassa intensità di lavoro. Istat, Censis e Caritas si alternano nel consegnarci la fotografia del Paese reale, evidenziando aspetti di problematicità di cui il Paese legale e in primis la politica tratteggiano chiaroscuri ispirati dall’essere al governo o all’opposizione ma non sempre sorretti da un’approfondita conoscenza della effettiva condizione sociale. Si divarica dunque la forbice tra famiglie abbienti e famiglie più povere, con un reddito che nelle prime è del 5.5% superiore alle seconde, mentre in via generale il reddito medio annuale (37.511 euro) aumenta del 4.2 % in termini nominali mentre diminuisce dell’1.6% in termini reali. Ciò anche a motivo del fatto che la crescita nominale deve fare i conti con l’inflazione osservata (nel corso del 2023 a più 5.9% secondo i dati Ipca): questo spiega in larga parte il calo del reddito reale registrato.

Il concetto di “rischio di povertà” riguarda peraltro le famiglie il cui reddito netto equivalente è inferiore al 60% di quello mediano mentre risulta stabile l’indice della popolazione in condizione di ‘grave’ deprivazione materiale e sociale – oltre 2 milioni e 710 mila persone, pari al 4.6% – classificata in base ad indicatori-standard europei riferiti a difficoltà economiche quali non potersi permettere un pasto completo, dover affrontare spese impreviste o essere in arretrato con l’affitto o il mutuo. Si conferma il gap di rischio povertà o di esclusione sociale tra il nord-est del Paese (considerata l’area geografica di popolazione più abbiente) e il Mezzogiorno, rispettivamente quantificate all’11.2% e al 39.2%: è di tutta evidenza il dato relativo al Sud che lievemente peggiora rispetto all’anno precedente, un trend che interroga sulle decantate, decennali politiche di investimenti mirati allo sviluppo di questo territorio.

Osservando i nuclei familiari si evidenzia che l’incidenza dei due fattori deprivanti (rischio povertà/esclusione sociale) è minore per le coppie senza figli, per quelle con uno/due figli rimane sostanzialmente stabile (al 19%) e inferiore alla media mentre aumenta con uno scatto annuale dal 32% al 34.8% per quelle con tre figli e per i nuclei monogenitoriali (dal 29% al 32.1%) così come analogamente incrementa per gli anziani over 65 che vivono da soli (dal 27.2% al 29.5%). Significativo il dato di cui sopra rapportato alla presenza di almeno un cittadino straniero che si riduce al 37.5% rispetto al 40.1% del 2023, mentre è lievemente in crescita per le famiglie di soli italiani (dal 20.7% al 21.2%). Insomma chi cerca segnali positivi di crescita resta deluso.

L’ascensore sociale è fermo al piano terra – ormai è la metafora dei perdenti – l’inflazione riprende a correre, le vicende internazionali, dalle guerre ai dazi, generano attese ansiogene senza che si materializzino rimedi compensativi: i dati del Rapporto descrivono un trend di appiattimento verso il basso al quale il popolo italiano sembra rassegnato perché le buone notizie non si trovano nemmeno al mercatino dell’usato.

Mentre politica e sindacati litigano (‘si sta peggio’/’si sta meglio’) senza incidere sui risultati monitorati dall’Istat, il Paese arranca e sembra abbandonarsi a derive di piccolo-medio cabotaggio: meglio l’uovo oggi che la gallina domani, si perseguono obiettivi concreti minimi, crescono sfiducia e ritrazione silenziosa nel privato, la cura del particulare prevale sulla lungimiranza, vero convitato di pietra nelle istituzioni e tra la gente comune. Come certificato dall’altrettanto recente Rapporto Censis sulla comunicazione crescono le persone che usano uno smartphone (89.3%), il computer (90.1%) o guardano la televisione (94.1%): i media e i social sono a un tempo rifugio e megafono della vita come attesa. Come diceva Eduardo…”Adda passà a nuttata”.