A qualche giorno dalla sua scomparsa, mentre si attenua l’eco emotiva dell’annuncio, si delinea con maggiore chiarezza la portata storica della testimonianza civile e politica di Jesse Jackson. Il reverendo e attivista per i diritti civili, morto il 17 febbraio 2026 all’età di 84 anni, è stato una delle figure più influenti della vita pubblica americana degli ultimi settant’anni. La famiglia lo ha ricordato come un “leader al servizio della comunità, non solo della nostra famiglia, ma anche degli oppressi, dei senza voce e degli emarginati in tutto il mondo”.
Dalle leggi di Jim Crow alle lotte per i diritti civili
Nato l’8 ottobre 1941 a Greenville, nella Carolina del Sud, Jackson crebbe immerso nella segregazione razziale imposta dalle leggi Jim Crow, che limitavano i diritti degli afroamericani nel Sud degli Stati Uniti. Questa esperienza personale segnò per sempre la sua visione politica e morale.
Negli anni Sessanta si affermò come uno dei più stretti collaboratori di Martin Luther King Jr. all’interno della Southern Christian Leadership Conference (SCLC). Era presente al Lorraine Motel di Memphis il 4 aprile 1968, il giorno in cui King fu assassinato, un momento che lo segnò profondamente e rafforzò la sua determinazione a proseguire la lotta per i diritti civili.
Dal pulpito alla politica nazionale
Dopo la morte di King, Jackson ampliò la sua visione oltre la lotta contro la segregazione razziale. Nel 1971 fondò Operation PUSH, un’organizzazione dedicata a creare opportunità economiche e sociali per le comunità nere e povere, e successivamente la Rainbow/PUSH Coalition, una coalizione multirazziale che mirava a unire diversi gruppi sociali e minoritari.
Nel corso degli anni Ottanta le sue campagne per la nomination presidenziale del Partito Democratico furono eventi storici: nel 1984 e nel 1988 raccolse milioni di voti, diventando il primo afroamericano a guidare una candidatura presidenziale con reali possibilità di influire sul risultato nazionale. Sebbene non abbia mai vinto la nomination, il suo ruolo fu fondamentale nel creare spazio politico e culturale per future generazioni di leader neri, in particolare per Barack Obama.
Voce globale per i diritti umani
Oltre alla politica interna, Jackson intraprese missioni internazionali non ufficiali per negoziare la liberazione di ostaggi e prigionieri in Paesi come Siria e Iraq. Queste operazioni dimostrarono la sua capacità di operare come ponte tra comunità civili e leadership mondiale, sfidando spesso i limiti della diplomazia ufficiale e anticipando forme di diplomazia civile oggi più riconosciute.
Luci e ombre
Carismatico oratore — il suo celebre slogan “Keep hope alive” divenne un simbolo di speranza e resilienza — Jackson fu ammirato per la sua capacità di mobilitare le masse e parlare ai poveri e marginalizzati. Tuttavia, la sua carriera non fu priva di critiche. Episodi come il commento infelice del 1984 riferito a New York con un termine offensivo per la comunità ebraica gli valsero accuse di insensibilità e gli procurarono duri attacchi pubblici. Nel corso degli anni fu anche criticato per una gestione finanziaria poco trasparente delle sue organizzazioni.
Anche la sua vita privata non fu immune da scandali: sposato con Jacqueline Lavinia Brown dal 1963, nel 2001 ammise pubblicamente di aver avuto una figlia da una relazione extraconiugale, notizia che influenzò negativamente la sua immagine di figura morale.
La malattia e gli ultimi anni
Nel 2017 Jackson aveva rivelato di essere affetto dal morbo di Parkinson e negli anni successivi sviluppò una forma più grave di malattia neurodegenerativa, la paralisi sopranucleare progressiva, che lo costrinse a ridurre drasticamente la sua presenza pubblica. Nonostante ciò, continuò a partecipare a iniziative pubbliche ogni volta possibile fino ai suoi ultimi giorni, mantenendo un forte valore simbolico per il movimento dei diritti civili.
Un’eredità duratura
Al di là delle ombre e delle controversie, la portata storica di Jackson è indiscutibile. A distanza di giorni dalla sua scomparsa, appare ancora più chiaro come la sua opera di costruzione di una coalizione multirazziale abbia lasciato un’impronta profonda nel Partito Democratico e nella società americana. Egli ha ispirato generazioni di leader progressisti e ha contribuito a radicare l’idea che il potere politico si costruisce attraverso il voto, l’organizzazione sociale e l’impegno civico.
Figure politiche di tutto lo spettro ideologico — da Joe Biden a Barack Obama, fino a esponenti conservatori — hanno reso omaggio alla sua vita e al suo lavoro, ricordandolo come un gigante del movimento per la giustizia e l’uguaglianza.
Jesse Jackson lascia un’eredità profonda nella storia americana: un ponte tra le battaglie per l’uguaglianza di metà Novecento e le sfide sociali del XXI secolo, un esempio di impegno civile che ha trasformato la politica e la coscienza collettiva degli Stati Uniti.
