C’è un elemento che segna la definitiva e irreversibile cancellazione del patrimonio politico e di governo della Democrazia Cristiana. E non riguarda quei temi che periodicamente fanno capolino nello stanco dibattito politico italiano. Ovvero, la presenza politica dei cattolici, un possibile e potenziale partito dei cattolici, un soggetto politico di ispirazione cristiana e via discorrendo. No, il tema attiene alla centralità della politica estera nella costruzione di un progetto politico e di governo. Una coerenza cinquantennale che ha caratterizzato l’azione e il comportamento politico del “partito italiano” per eccellenza. La Dc, appunto. Certo, qualcuno potrà obiettare che erano altri tempi e quindi il quadro geopolitico mondiale era molto più semplice perchè più semplificato.
Com’è del tutto evidente, questa è un’affermazione del tutto sbagliata nonché approssimativa perché proprio in un clima di rigida “guerra fredda” la declinazione di una politica estera euroatlantica ed occidente era ancora più difficile e complessa, vista la collocazione geografica del nostro paese. Ma, senza rimpiangere il passato, purtroppo dobbiamo prendere atto che i tre criteri che oggi caratterizzano il progetto politico della politica estera dei vari attori in campo sono persin troppo semplici da indicare. E cioè, il trasformismo, l’opportunismo e la convenienza momentanea. Tre disvalori soprattutto presenti nel cosiddetto ‘campo largo’ ma che, attraverso la concezione pirotecnica e persin ridicola della Lega salviniana, è ben presente anche nella maggioranza di governo.
Ora, è di tutta evidenza che il trasformismo, l’opportunismo e la convenienza spicciola e contingente non sono tasselli che costruiscono un coerente e lungimirante disegno di politica estera del nostro paese. Certo, nell’alleanza di sinistra si misurano ogni giorno sei o sette posizoni, l’una diversa dalle altre e tutte riconducibili ad un solo obiettivo: come poter impallinare quotidianamente l’azione e il comportamento politico della Presidente del Consiglio. Insomma, è una politica estera basata esclusivamente sull’odio implacabile nei confronti di una persona e che, di conseguenza, non ha alcuna credibilità perchè non ha alcun respiro politico strategico. Se non quello di criminalizzare sistematicamente, sotto il versante politico, l’azione del Governo a trazione Meloni.
Per quanto riguarda il centro destra, non bastano le rassicurazioni di Tajani da un lato e l’attivismo di Giorgia Meloni a livello europeo ed internazionale – da molti anni, tra l’altro, non registravamo un attivismo così spiccato di un governo italiano sul versante mondiale – a dispiegare un progetto di politica estera coerente e fedele alla vocazione storica e tradizionale del nostro paese. La presenza di Salvini, infatti, incrina la credibilità dell’intero progetto e rischia di esporre il nostro paese ad una instabilità permanente e strutturale.
Ma, senza soffermarsi ulteriormente sui singoli dettagli e legati ai comportamenti sempre mutevoli dei vari capi partito, quello che non possiamo non registrare è che, purtroppo, e salvo rari casi, l’eredità politica, culturale e di governo della Democrazia Cristiana è stata del tutto dimenticata nonché dissipata. Perché, forse, è bene ricordarlo ancora una volta: un paese è politicamente credibile solo quando ha una politica estera coerente, affidabile e lungimirante.
Senza questo tassello decisivo e costitutivo, si corre il serio rischio di essere esposti al vento della instabilità e, soprattutto, del gregariato permanente. Ecco perché, se vogliamo far sì che la politica recuperi anche e soprattutto una cultura di governo – al netto dei partiti populisti, estremisti e radicali – dobbiamo far ridiventare centrale la politica estera. Cinquant’anni di vita democratica non possono essere qualunquisticamente storicizzati e archiviati. Per la qualità della nostra democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni e non per lo sterile e nostalgico rimpianto della Dc.