Home GiornaleLa crisi senza fine del calcio italiano

La crisi senza fine del calcio italiano

Tre esclusioni consecutive certificano un declino che non è più episodico ma strutturale: sistema bloccato, vivai impoveriti e scelte miopi impongono una riflessione radicale sul futuro del calcio italiano.

di Antonio Ungaro

Basta alibi, basta ipocrisie. L’Italia è fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva. Dopo le mancate qualificazioni del 2018 e del 2022, anche i playoff per il 2026 si sono conclusi con l’eliminazione ai rigori contro la Bosnia. Non è più un episodio sfortunato, ma la conferma di una crisi profonda e sistemica.

Non si tratta solo di una sconfitta sportiva. È un fallimento strutturale che coinvolge l’intero sistema: dalla formazione dei giovani ai vertici della FIGC. Si continuano a cambiare commissari tecnici, ma il modello resta lo stesso. La federazione parla di riforme, ma nella sostanza resta immobile.

Serie A sempre meno italiana

La Serie A è diventata un campionato straniero: la percentuale di giocatori non italiani supera stabilmente il 65-70%. I giovani azzurri faticano a emergere. Nei settori giovanili prevale la tattica collettiva a scapito della tecnica individuale, della creatività e della libertà di pensiero. Si scelgono spesso allenatori low-cost invece di istruttori qualificati, producendo giocatori rigidi, imprigionati in inutili tatticismi e poco pensanti.

La regola degli under è unillusione

Anche la regola degli under si rivela inefficace: i ragazzi vengono schierati spesso solo per obbligo regolamentare o per contributi economici, non per reale merito. Manca loro lo spazio per giocare con continuità, sbagliare e crescere tecnicamente e mentalmente.

Il paradosso degli stranieri

Per anni si è preferito puntare sugli stranieri, anche grazie al Decreto Crescita (2019-2023), che ha reso più conveniente ingaggiarli rispetto ai talenti italiani. A questo si aggiungono infrastrutture inadeguate: stadi obsoleti e pochi centri di allenamento moderni.

La Sentenza Bosman del 1995 ha segnato uno spartiacque storico. Prima esisteva il limite “3+2”. Dopo, i giocatori comunitari hanno potuto circolare liberamente. Il numero di stranieri in Serie A è esploso: da 67 nel 1995 a oltre 200 all’inizio degli anni 2000, fino a sfiorare o superare il 70% nelle rose attuali.

I club hanno scelto la strada più comoda: acquistare giocatori già pronti, spesso a parametro zero, invece di investire sui vivai. Mentre altri Paesi hanno compensato l’arrivo degli stranieri con forti investimenti giovanili, l’Italia non l’ha fatto. Risultato: vivai impoveriti e Nazionale debole.

Un problema sistemico e culturale

Da anni si cambiano Ct e staff, ma non si tocca mai il sistema. La vittoria all’Europeo 2021 è stata una bellissima illusione che ha solo nascosto le crepe. L’ultimo Mondiale disputato risale al 2014. Un’intera generazione di ragazzi non ha mai visto l’Italia ai Mondiali. Il disinteresse verso la maglia azzurra tra i più giovani è evidente e preoccupante.

Serve un profondo cambio di mentalità: più fiducia nei progetti a medio-lungo termine, più coraggio nel lanciare i giovani italiani senza bruciarli al primo errore. Il talento ha bisogno di continuità, di sbagliare e di imparare dai propri errori.

La verità spietata

L’Italia non è più una grande potenza del calcio mondiale. Tre Mondiali consecutivi saltati non sono un caso, ma una sentenza. Il rischio più grave è abituarsi a questa decadenza e considerarla normale. Bisogna agire subito e con decisione per iniziare ad avere i risultati tra qualche anno: dirigenti competenti, investimenti mirati sui vivai, riforme concrete e il coraggio di cambiare davvero. Altrimenti la prossima esclusione non farà più notizia. E quella sarà davvero la fine.

Antonio Ungaro

Osservatore lo tesserato Associazione italiana osservatori Calcistici (AIOC)