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La fiducia è un bene pubblico. E l’Italia ne sta consumando le riserve

Non entra nel PIL e non compare nei bilanci dello Stato, eppure la fiducia è un’infrastruttura essenziale della vita collettiva. Quando viene meno, aumentano i costi economici, sociali e istituzionali. Ricostruirla significa rendere nuovamente affidabili istituzioni, imprese e comunità.

Il costo invisibile della diffidenza

Non compare nei bilanci dello Stato, non entra nel PIL e nessuna legge finanziaria ne calcola lo stock. Eppure, quando diminuisce, tutto diventa più costoso: governare, fare impresa, curare, educare, perfino vivere insieme. È la fiducia.

Siamo abituati a considerarla un sentimento privato: mi fido di una persona, di un medico, di un collega. Ma la fiducia è anche una vera infrastruttura collettiva. Tiene insieme cittadini e istituzioni, rende possibili gli scambi economici, sostiene la cooperazione, permette alle comunità di affrontare un problema senza trasformare ogni differenza in conflitto.

Quando c’è fiducia servono meno controlli, meno procedure difensive, meno energie spese per proteggersi gli uni dagli altri. Quando manca, cresce il costo invisibile della diffidenza.

È questo uno dei problemi dell’Italia che dovremmo cominciare a misurare.

Un capitale che si consuma

Non basta domandarsi quanto cresca l’economia. Dovremmo chiederci anche quanto capitale di fiducia producano o distruggano le nostre decisioni. Una promessa pubblica non mantenuta, una procedura incomprensibile, un servizio che funziona diversamente a seconda del territorio, un concorso percepito come opaco, una lista d’attesa che costringe a cercare scorciatoie non generano soltanto inefficienza. Consumano fiducia.

E la fiducia ha una caratteristica particolare: si accumula lentamente e può essere dissipata molto rapidamente.

Lo stesso accade nella comunicazione pubblica. Se il confronto politico diventa una successione di slogan, delegittimazioni e promesse destinate a essere dimenticate, non perdiamo soltanto qualità nel dibattito. Insegniamo progressivamente ai cittadini che le parole non producono conseguenze.

La sfiducia, allora, smette di essere un atteggiamento e diventa un comportamento: ci si ritira, non si partecipa, non si vota, non si collabora, si cercano soluzioni individuali a problemi collettivi.

Il paradosso delle regole

Nasce così un paradosso: più diminuisce la fiducia, più chiediamo regole; più aumentano regole e controlli senza ricostruire relazioni affidabili, più il sistema diventa pesante e distante.

Per spezzare questo circuito non servono campagne sulla fiducia. Servono esperienze che rendano ragionevole fidarsi.

Un’amministrazione che dichiara un obiettivo, indica tempi e responsabilità e rende verificabile il risultato costruisce fiducia. Un ospedale che ascolta il paziente e gli spiega il percorso di cura costruisce fiducia. Una scuola che coinvolge realmente famiglie e territorio costruisce fiducia. Un’impresa che non considera lavoratori e comunità semplici variabili di costo costruisce fiducia. Una politica che sa dire anche «non lo abbiamo realizzato» costruisce, paradossalmente, più fiducia di una politica che rivendica sempre successi.

Misurare l’impatto relazionale

Ecco perché la fiducia dovrebbe entrare nella valutazione delle politiche pubbliche.

Accanto alla domanda «quanto abbiamo speso?», dovremmo introdurne altre: le persone hanno percepito maggiore equità? Sono state coinvolte? Il servizio è diventato più accessibile? Le istituzioni hanno mantenuto gli impegni? Sono aumentate cooperazione e partecipazione? È migliorata la capacità della comunità di affrontare insieme i propri problemi?

Significa andare oltre il PIL, ma anche oltre la semplice efficienza amministrativa. Significa riconoscere che una decisione pubblica produce sempre anche un impatto relazionale.

La fiducia, infatti, non nasce dalla richiesta di credere nelle istituzioni. Nasce quando le istituzioni diventano affidabili.

È una differenza decisiva.

Vivere di fiducia ereditata

Forse dovremmo smettere di domandarci soltanto perché gli italiani si fidano sempre meno e cominciare a rovesciare la domanda: che cosa stiamo facendo, nelle istituzioni, nell’economia e nelle nostre comunità, per meritare fiducia?

Perché una società può continuare per qualche tempo consumando le riserve accumulate dalle generazioni precedenti. Ma nessuna comunità può vivere indefinitamente di fiducia ereditata.

Il vero problema comincia quando continuiamo a prelevarla senza più depositarne.

Rosapia Farese
Presidente dell’Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS