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La generazione che non ti aspetti

Il referendum e la generazione Z: una lezione che non possiamo fingere di non aver sentito. Serve capire la diffidenza viscerale che essa nutre verso le catene di comando verticali.

Tra le molte cose che questa tornata referendaria ha restituito al dibattito pubblico, ce n’è una che quasi nessun commentatore ha saputo vedere in anticipo e che pochi, nelle analisi ex post, stanno davvero mettendo a fuoco. In particolare nell’ottica delle prossime elezioni politiche.

La generazione Z è andata a votare in massa. A sorpresa e in numeri inattesi. Per chi scrive, questa è forse la più bella notizia dell’intera tornata: dimostra qualcosa che molti di noi (politici, intellettuali, osservatori) avevano smesso di credere possibile. Che i giovani, quella fascia di società che sarà protagonista nei prossimi decenni, non siano affatto indifferenti alla cosa pubblica. Sono indifferenti a noi. È diverso. Ed è molto più scomodo da ammettere.

Una sfida da raccogliere 

C’è una sfida generazionale insita in questi risultati che dovrebbe interrogarci profondamente. Non in modo retorico (come si fa ogni volta che si scopre che “i giovani esistono” e poi si torna ai propri schemi tipici del secolo scorso) ma con quell’umiltà nell’analisi che in realtà, nei fatti, non abbiamo mai praticato. Mai.

È un punto che merita di essere detto senza giri di parole: non abbiamo mai davvero ascoltato le nuove generazioni. Le abbiamo osservate, studiate, misurate, a volte perfino celebrate. Ma ascoltarle, nel senso autentico del termine, cioè lasciarsi cambiare dall’ascolto, quello no. Questo referendum ci dice che il conto di questa “inadeguatezza” è arrivato. E sarà più salato di quanto possiamo immaginare, se non si provvederà realmente ad assimilarne l’insegnamento.

Una generazione che chiede il possibile

Il paradosso è che questa generazione, quella di cui diciamo di non riuscire a capire le priorità, ha già indicato (con i propri metodi: le piazze, le reti, il voto referendario) su quali punti chiede un radicale cambio di direzione. Lo ha fatto ripetutamente e in modo inequivocabile: rifiuto della complicità dell’Italia con i crimini internazionali perpetrati da alleati, rifiuto del riarmo e, fatto ancora più significativo, rispetto dei principi fondamentali di quella Costituzione scritta dai loro bisnonni. Non da loro. Dai bisnonni. Eppure la conoscono, la citano, la rivendicano con un attaccamento e rispetto che molti dei loro nonni, attualmente seduti in Parlamento, farebbero fatica a eguagliare.

Siamo di fronte a una generazione che non chiede l’impossibile. Chiede il possibile già scritto. Chiede (e la semplicità, in questo caso, è una categoria politica estremamente potente) l’applicazione completa ed effettiva  della Costituzione vigente. Altro che modifiche, riforme, aggiornamenti. La risposta che chiedono è già lì, su Carta, dal 1948. Il problema è che non l’abbiamo mai applicata davvero completamente come meritava.

Il problema vero non è il cosa ma il come

La sfida vera allora è un’altra: come si coinvolgono questi giovani? Come si trasforma una mobilitazione referendaria, o le piazze contro la guerra e i crimini internazionali, in partecipazione politica strutturata?

La risposta onesta è che non lo sappiamo. E dovremmo avere l’onestà intellettuale di dirlo.

La “forma partito”, così come è stata praticata fino ad oggi, non sembra affatto compatibile con le loro corde. Non è (solo) una questione di linguaggio, di comunicazione, di presenza sui social. È qualcosa di più profondo: struttura, gerarchia, rapporto con l’esercizio del potere. I partiti chiedono fedeltà più ancora che partecipazione. E questa generazione, che ha imparato a fidarsi delle reti orizzontali (social e realtà associative “fisiche”), diffida visceralmente delle catene di comando verticali.

Servono modalità nuove, per l’individuazione delle quali non si può che mettersi autenticamente in ascolto. Sul programma politico, invece, non c’è nulla da inventare: loro hanno già parlato. Nelle piazze e nelle urne, in modo a dir poco cristallino.