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La guerra, che bella!

Ironia amara e metafore paradossali: uno sguardo sul nostro tempo. Un mondo che sembra aver smarrito il gusto della pace e cerca nella guerra, quasi fosse un lifting geopolitico, la propria inquieta trasformazione.

Un mondo che non si riconosce più

Sembra che di questi tempi qualcosa non giri per il verso giusto. Non si tratta propriamente di versi poetici a cui ricorrere per dire della bellezza del mondo e neppure dell’originaria traccia dell’aratro tirato dai buoi impegnatnel lavoro dei campi. C’è un sostantivo che ormai si può declinare solo al plurale.

Ne deriva che “guerra” può essere espresso solo in “guerre”, e forse — a dirla così — è ancora una fortuna. Se si tornasse alla sua forma singolare vorrebbe dire che l’intero mondo, ogni suo angolo, si è infiammato e sarebbero dolori seri.

Per adesso il Medio Oriente la fa da padrone: un intreccio di etnie e di interessi impossibile da sgrovigliare, un caleidoscopio di sfumature di poteri dove ciascuno sta contro l’altro, ma sotto sotto non del tutto, perché bisogna intanto guardarsi anche dall’alleato di oggi.

Il tempo di una ristrutturazione globale

Resta fermo che la terra si è guardata allo specchio ed evidentemente non si è più piaciuta. Ha pensato bene che fosse giunta l’ora di un restyling, e lo stile che si è dato sarebbe quello “proattivo” a cui sembra essersi ispirata.

Quindi muovere lo scenario: una sorta di ripresa di movimento per dimagrire dal peso eccessivo di una pace che sta diventando tossica. L’importante è sparigliare gli equilibri attuali, che sanno di stantio, e mettersi in corsa per rimettersi in sesto.

Ad onor del vero, un po’ di esercizio — dal dopoguerra ad oggi — la terra l’ha sempre fatto, ma tutto sommato al minimo dei giri, una sbandata sempre controllata. Ora non è parso più sufficiente e il nostro caro pianeta ha deciso di rimettersi in sesto, pur a costo di sudare sangue e polvere da sparo in modo assai più massiccio.

Lifting si traduce in un sollevare, forse anche le sorti di un umore contrariato da troppa inerzia.

Ghiotti di futuro

Qualche scellerato potrebbe rimpiangere il bel mondo antico, ma c’è chi ricorda che la nostalgia non è una buona strategia. Siamo chiamati al futuro al pari del canto di Circe.

Si è attratti fatalmente verso il precipizio del “dopo”, senza prevederne gli effetti, ed è forse proprio questa ignoranza ad essere la molla che seduce e che giustifica un passo in avanti a digiuno di mappe da seguire.

L’imprevisto è la molla da montare a cavalcioni per lanciarsi incontro a nuovi orizzonti.

Più dei politologi o dei militari esperti di conflitti mondiali, i leader del mondo potrebbero chiedere suggerimenti alle grandi multinazionali di prodotti cosmetici, e non soltanto per migliorare il proprio outfit. Chissà che non verrebbe proprio da quelle aziende, esperte di ringiovanimento, qualche indicazione utile per abbellire un pianeta dalla faccia stanca — e forse perfino per vincere una guerra.

Se lo fanno gli umani, ne avrà diritto anche la terra che li ospita, almeno per un elementare principio di omogeneità.

L’importanza di una nuova cosmesi

Anche gli animali non sono esenti da un trend che sollecita un cambiamento dello status quo, un adeguarsi a canoni più confacenti all’attualità del momento.

È sulla cronaca dei giornali la notizia che al Camel Beauty Show Festival in Oman sono stati squalificati una ventina di cammelli a cui avevano pompato le labbra con filler e la gobba con silicone. Anche lì si è avvertita l’esigenza di mettere mano alle proprie bestie per dare una spinta maggiore alla loro presenza.

Accettarsi per come si è e per quanto si ha è una pratica ardua ed ormai intesa come sterile.

L’Oman e il Medio Oriente oggi sono l’ombelico del mondo, la scuola a cui guardare. Anche la morte dovrà tenerne conto e darsi una incipriata, per non correre il rischio di annoiare chi un giorno vi si imbatta.