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La morte di Filippo Maria Ferro, psichiatra e storico dell’arte

Un ricordo personale e intellettuale del grande studioso, capace di intrecciare psichiatria, psicoanalisi e storia dell’arte. La lezione del dettaglio, lo scetticismo elegante e il senso del perturbante.

Con la morte di Filippo Maria Ferro, mio professore di Psichiatria, psicoanalista, fenomenologo e storico dell’arte, fra i più autorevoli e raffinati conoscitori del barocco, è come se stessi rivivendo la morte di mio padre, trent’anni fa esatti.

Non senza le ambivalenze che tendono a caratterizzare il rapporto dei figli con un padre.

 

La passione per il dettaglio

Ferro, di Novara come Eugenio Borgna, a cui era legato da amicizia profonda, si era laureato a Pavia, conservando un rapporto fecondo con l’Ateneo pavese, e aveva proseguito il percorso professionale e accademico all’Università Cattolica di Roma, approdando poi alla Cattedra di Psichiatria dell’Università di Chieti.

Ho appreso tanto dai suoi seminari del primo pomeriggio. Cos’hanno in comune la psicopatologia e la storia dell’arte?, provava a chiedersi e a chiederci. La risposta: il gusto e la passione per il dettaglio, per i particolari. L’attribuzione di dipinti ancora anonimi, ad esempio, si gioca tutta lì; in quel particolare modo, poniamo, di ritrarre le dita della mano o le unghie.

A caratterizzare, più in generale, la sua visione delle cose era una forma di elegante scetticismo. Per dirne una, invitava coloro che pretendono di spiegare il comportamento umano solo con il gioco dei neurotrasmettitori e neuromodulatori a relativizzare i modelli teorici, situandoli storicamente. Anche la medicina ippocratica, a suo tempo, credeva di spiegare tutto, e in maniera plausibile, con il gioco degli umori fondamentali del corpo, ai quali venivano associati i temperamenti melanconico, sanguigno, flemmatico e collerico. Da qui, anche, i suoi studi storici. Eloquente il titolo di un corposo volume da lui curato: Passioni della mente e della storia.

E, con la sua quasi proverbiale finezza, a proposito del titolo di un libro del suo collega Sergio De Risio – Derive del narcisismo –, notava le due accezioni del “derivare”: scaturire e/o andare alla deriva, perdersi.

 

L’isteria e il campo della dissociazione

Tante le opere, anche monumentali, da lui scritte o curate o tradotte. Mi sento di ricordare Isteria e campo della dissociazione, di cui è coautore Giuseppe Riefolo: volume che mostra come l’isteria, nella sua complessità, sia un fenomeno tutt’altro che solo “ottocentesco”.

E qui riporto un passaggio chiave del libro, da me riassunto vent’anni fa:

«Se, invece di considerare l’isteria come una figura che ripete se stessa o semplicemente come una malattia, riuscissimo a concepire l’esistenza di configurazioni mentali isteriche, tutto ci apparirebbe più chiaro. Configurazioni stabili o fugaci, che magari appaiono transitoriamente durante il percorso evolutivo che caratterizza una psicoterapia (e la vita stessa); configurazioni che prevalgono nell’organizzazione della personalità del soggetto o che occupano solo un angolino della sua mente. Ma cosa le caratterizza? Per gli autori del testo, entrambi psichiatri e psicoanalisti, alla base del mondo dell’isterico, più che la conversione (mediante la quale il conflitto interiore si esprime col linguaggio del corpo: da qui, ad esempio, paralisi o cecità isteriche), vi sarebbe la dissociazione.

Se nelle schizofrenie “l’oggetto della scissione è il tessuto logico del pensiero”, nell’isteria si avrebbe la dissociazione dell’“oggetto” (cioè delle persone con le quali interagiamo, i genitori innanzitutto) dalla sua componente sessuata. Per secoli si è pensato che l’isterica (perché si tratta di un disturbo spesso declinato al femminile) avesse un forte desiderio sessuale: non a caso sovente appare particolarmente seduttiva. In realtà ella (o egli), non avendo accettato la sessualità delle persone care, non riesce a disporre felicemente della propria».

 

Il perturbante e la lezione di Re Canuto

Chi segue i miei scritti, poi, avrà forse notato come in essi ricorra l’idea del perturbante di Freud. Proprio dal professor Ferro l’ho appresa.

L’ultima lezione pochi mesi fa: la leggenda di Re Canuto, sovrano vichingo che disponeva di un territorio solo durante la bassa marea, e ne era ironicamente consapevole. Ancora conservo il commento di un altro mio docente, questa volta di Filosofia, Virgilio Cesarone: «Forse siamo tutti re canuti».