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Perché non si condanna sempre la violenza?

La violenza nelle piazze italiane ripropone una questione politica e culturale irrisolta: la difficoltà di condannarla senza distinguo. Serve una convergenza democratica per scongiurare il ritorno a stagioni drammatiche.

La violenza nelle piazze e i distinguo della sinistra

Le immagini devastanti, inquietanti e drammatiche che emergono dalle piazze italiane sono sotto gli occhi di tutti. Le TV possono trasmetterle o meno, ma la storia non cambia affatto.

Certo, i talk televisivi de La7 che, di fatto, sono il prolungamento della propaganda della sinistra, di norma ne parlano poco e, se ne parlano, come da copione, scaricano le responsabilità sulle scelte del Governo, sul comportamento delle Forze dell’Ordine o, soprattutto, sul clima di repressione e di autoritarismo che si respirerebbe in Italia. Insomma, come si dice in gergo, buttano la palla in tribuna.

E lo stesso copione si ripete per i giornali che sono riconducibili agli interessi politici e alle ragioni culturali della sinistra populista, radicale ed estremista.

Ma, al di là di questo fatto – peraltro ormai largamente noto e che non fa neanche più notizia – quello che impressiona sul versante politico è la cronica e quasi strutturale difficoltà di larghi settori della sinistra italiana di prendere seriamente e convintamente le distanze da quella violenza. Cioè, per essere ancora più precisi, dalla violenza che si sprigiona e che emerge concretamente da quelle piazze.

 

L’ideologia del «ma però»no

Eppure, malgrado tutto ciò, l’ideologia del «ma, però», la cultura del «distinguo», la persistenza nell’indicare le responsabilità nella società, nel Governo o nella conduzione delle Forze dell’Ordine prevalgono nettamente in questa interpretazione.

È appena sufficiente ascoltare quotidianamente i protagonisti televisivi di questa interpretazione per rendersene conto. Una lettura che, come ovvio e persino scontato, viene puntualmente confermata da molti settori dell’attuale sinistra italiana.

Insomma, e per farla breve, la violenza viene condannata – quando viene condannata – per ragioni formali, burocratiche e protocollari.

E questo perché emergono sempre, appunto, le responsabilità della società diseguale e iniqua, dell’attuale Governo caratterizzato da spinte illiberali, autoritarie e parafasciste e di un comportamento discutibile delle stesse Forze dell’Ordine nel contenere e nel respingere queste violenze, peraltro devastanti e drammatiche, come è emerso, purtroppo, anche in molte città italiane sabato scorso.

 

Il rischio di tornare ai «compagni che sbagliano»

Ora, e senza farla troppo lunga, è del tutto evidente che, seppur mutatis mutandis, si ripete un copione che era già noto molti decenni fa nel nostro Paese.

Allora, come è ormai a tutti noto, c’erano i «compagni che sbagliano». Oggi, in un clima politico, culturale e storico profondamente diverso, prevale lo stesso atteggiamento di comprensione, di dialogo, di ascolto, se non addirittura di umana giustificazione per questi fatti che, lo ripeto, sono sotto gli occhi di tutti, senza fare ulteriori approfondimenti.

Una condanna senza ambiguità per difendere la democrazia

Ecco perché, al di là di ogni altra interpretazione o simpatia per questo o quello schieramento o per questo o quel partito, un fatto è indubbio.

E cioè, la violenza politica e di piazza si può tendenzialmente e auspicabilmente sconfiggere a una sola condizione: con la convergenza dei principali attori politici, culturali, giornalistici e televisivi nel condannare la violenza, da qualunque parte arrivi o provenga e contro chiunque sia indirizzata.

Se questo non avverrà, come purtroppo non sta avvenendo, prepariamoci, nostro malgrado, a una stagione dura, difficile, drammatica e sempre più inquietante, con esiti imprevedibili.

Il passato, purtroppo, lo conosciamo bene. Speriamo che non si ripeta, seppur con forme, modalità e parole d’ordine diverse.