La Nuova Bussola Quotidiana | Il coraggio di Donati sul caso Matteotti

Riportiamo un ampio stralcio dell’articolo che la testata online https://lanuovabq.it/it dedicò nel 2021 a Giuseppe Donati e alla sua battaglia tesa a smascherare le responsabilità del fascismo nell’assassinio del leader socialista.

[…] Donati fu uno degli avversari più tenaci del fascismo e lo combatté con l’arma a lui più consona: il giornalismo d’inchiesta.

Fu lui, infatti, il primo a scrivere su un quotidiano delle responsabilità dei dirigenti del PNF nel caso Matteotti e a raccogliere tutte le informazioni in un memoriale che gli venne rubato negli uffici della redazione. Per nulla intenzionato a desistere, il direttore de Il Popolo a quel punto decise che il dado era tratto e il 6 dicembre 1924 si recò in Senato per denunciare Emilio De Bono, uno dei quattro quadrumviri della marcia su Roma e all’epoca capo della Polizia, con l’accusa di aver depistato le indagini sul rapimento e l’uccisione del deputato socialista. È ad un giornalista cattolico, quindi, direttore dell’organo ufficiale del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, che dobbiamo l’inchiesta – ed anche la denuncia – più coraggiosa della storia del giornalismo italiano. Senza Donati, l’opinione pubblica non avrebbe saputo del coinvolgimento dei vertici fascisti nel delitto Matteotti e gli storici, probabilmente, lo avrebbero scoperto soltanto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Scettico sulla linea attendista dell’Aventino, il giornalista faentino era convinto che in quel preciso momento storico, forte dello sdegno popolare per la vicenda Matteotti, fosse possibile rovesciare Mussolini con un tentativo insurrezionale guidato dagli eredi di Garibaldi e a cui sarebbe dovuta seguire una collaborazione al governo tra popolari e socialisti riformisti dopo libere elezioni. In quei giorni di grande debolezza per la sopravvivenza del fascismo, Il Popolo divenne il laboratorio di quest’operazione politica prospettata al ‘dopo’: protagonista, ancora una volta, lo stesso Donati che intervistò sul suo giornale – con lo pseudonimo di Carlo Silvestri – il grande vecchio del socialismo italiano, Filippo Turati. L’obiettivo era quello di ammorbidire la posizione vaticana a proposito di un eventuale governo tra popolari e riformisti nella convinzione – precedentemente condivisa anche da Matteotti – che così facendo si sarebbero fatti tornare i massimalisti su posizioni moderate e si sarebbero isolati i comunisti.

Il piano insurrezionale che avrebbe dovuto precedere questo scenario nei desideri di Donati e di Tito Zaniboni, leader del Partito Socialista Unitario, naufragò definitivamente nel giugno del 1925: il Senato assolse De Bono per insufficienza di prove, costringendo il direttore de Il Popolo ad abbandonare l’Italia sotto la minaccia delle ritorsioni fasciste. Pochi mesi dopo la partenza per Londra del suo maestro don Luigi Sturzo, pressato dalle continue visite della polizia, Donati salì su un treno – seguito da due uomini della pubblica sicurezza – in compagnia dell’amico e sodale Guido Armando Grimaldi e si trasferì in esilio a Parigi. La sua assenza indebolì notevolmente il progetto iniziale di Zaniboni che sfociò, poi, nell’attentato contro Mussolini sventato dall’Ovra il 4 novembre 1925. Proprio a seguito del fallito tentativo di Zaniboni, scattò una stretta nel Paese che portò alla chiusura in quello stesso mese de Il Popolo. […]

 

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