Il linguaggio come tratto distintivo dell’umano
Il libro di Lamberto Maffei – già presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei e Professore di neurobiologia alla Normale di Pisa – dimostra di meritare il Premio Asimov assegnatogli nel 2019 per l’editoria scientifica divulgativa mentre la casa editrice Il Mulino ne fa un fiore all’occhiello da riproporre ad un vasto target di lettori. Il tema della parola e quello del linguaggio (definito “una stringa di parole legate dalla ragione”) è consustanziale alla dimensione antropologica perché ci distingue dagli altri esseri viventi ed è – allo stesso tempo – l’aspetto più qualificante dello sviluppo storico della civiltà. Oggi – in particolare – diventa dirimente per comprendere gli aspetti evolutivi-involutivi nell’area della comunicazione e dei comportamenti umani, specie se commisurato al dilagante utilizzo delle tecnologie che ne modificano struttura, significati e significanti, fino a coinvolgere sia la dimensione personologica dell’esprimersi sia quella sociale della comprensione e dell’interazione emotiva generazionale, che crea nicchie di separatezza e di produzione di neologismi e altre di solitudini.
Cervello, parola e neuroscienze
La prima parte del saggio considera l’aspetto neurobiologico della formazione e del linguaggio della parola (che è tale per distinguerla dal linguaggio dei segni), l’emisfero cerebrale che ne è motore e archivio, le patologie limitative dell’uso di tale facoltà (dall’afasia alla dislessia) e i personaggi che si sono occupati della corrispondenza neurologica e funzionale tra cervello e parola, come Bogen, Sperry e Gazzaniga o dello studio del linguaggio come Vygotskij.
Globalizzazione linguistica e “americanizzazione”
Con sagacia e sottile ironia l’autore si sofferma sull’espansione dell’inglese come lingua a vocazione mondialistica, prodotto ante litteram della globalizzazione che impone una lingua prevalente per intendersi e comunicare nella Torre di Babele degli idiomi innumerevoli che accompagnano l’uomo e il formarsi delle comunità nella loro lunga teoria di sedimentazione territoriale: vero è l’assioma per cui è necessario un codice linguistico comune e prevalente per esprimersi e intendersi ma altrettanto vero è che questa “americanizzazione” della lingua porta con sé stili comportamentali e stilemi culturali ed espressivi dominanti. A partire dall’invasione dell’inglese nella scuola – con annessi e connessi algoritmi, sigle e acronimi che sovrastano fino a sostituirla la nostra migliore tradizione culturale e pedagogica – fino ad una sorta di imposizione implicita nella comunicazione sociale, l’autore evidenzia come questa deriva possa provocare una lenta erosione delle tradizioni e delle civiltà europea e italiana, auspicando un recupero del ‘geniusloci’, con tutta la sua ricchezza espressiva, semantica e simbolica. Il prepotente dilagare degli smartphone e delle altre tecnologie tra i giovani dipende dall’apparire come un gioco sempre nuovo e aggiornato, proiettato al futuro e certamente più divertente di un’istruzione datata: insieme al villaggio globale ritorna l’allegoria del ‘paese dei balocchi’, quella che lo psicanalista Luigi Zoja chiama la ‘sindrome di Lucignolo’.
Ciò allontana non solo dalle parole ma dalla stessa realtà, sostituita da un infinito mondo virtuale e questo provoca una sorta di dissociazione emotiva, causa di molte distonie comportamentali.
La facilitazione comunicativa indotta dai nuovi linguaggi determina un impoverimento linguistico, la parola sfuma dal descrittivo all’improbabile, al superfluo.
La globalizzazione non è ancora archiviata come tendenza inconsapevole di omologazione riduttiva.
Il ruolo degli intellettuali e la difesa della cultura
Maffei bolla la crescita e l’allargamento del mercato come “bulimia dei consumi e anoressia dei valori”, arrivando ad immaginare quanto sia importante l’opera degli intellettuali, di coloro cioè che per primi vedono sorgere il sole oltre i monti (come direbbe Sant’Agostino), dei depositari della cultura da tramandare come li descriveva Max Weber, di chi “genera il gusto, illumina il sapere più che fornire nozioni, ‘non riempie il secchio ma accende il fuoco’, secondo la metafora di Plutarco, fornisce spiegazioni e chiavi di lettura, favorisce l’uso pubblico della ragione, agevola la coesistenza di pensiero e azione, teoria e pratica, favorisce processi di universalizzazione della cultura mediante una visione cosmopolita della realtà», secondo Sabino Cassese in un celebre saggio per Il Mulino.
L’autore è consapevole di un appiattimento verso il basso: per questo non demonizza l’uso delle tecnologie (ma non accetta lo smartphone a scuola) come nuove metodologie apprenditive, tuttavia postula e propone il ritorno alla scuola della parola e della cultura umanistica, poiché percepisce il pericolo non solo di una didattica impoverita ma anche il rinchiudersi in atteggiamenti solipsistici e isolati. Questo passaggio mi ricorda l’iconica definizione di Luigi Lombardi Vallauri della classe come una sorta di “astronave di assorti” nello studio e nella riflessione, sotto la guida maieutica dell’insegnante. Bellissima anche quella citazione di Italo Calvino (Lezioni americane): “Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola”.
La ricerca della “parola nuova”
Maffei sottolinea infatti l’importanza di immergersi nel mondo delle parole, fonte di arricchimento lessicale e di gratificazione spirituale: personalmente ritengo ad esempio che la scuola dovrebbe recuperare una buona educazione sentimentale, che si realizza nella lettura dei classici, nel dialogo, nell’approfondimento, nella creatività espressiva.
Scriveva nello Zibaldone (1821) Giacomo Leopardi: “Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano perché apre delle possibilità, non delle certezze. Perché non cerca la fine ma va verso l’infinito”.
Di questo mondo infinito di virtualità inespresse si erano già occupati, restandone affascinati, Tolstoj e Dostoevskij nella loro querelle sulla ricerca della ‘parola nuova’: qualcosa che aprisse orizzonti non solo alla letteratura del loro tempo ma all’umanità stessa, in quel divenire che sorregge le alterne vicende della vita e cerca soluzioni esistenziali, verso il bene, verso la pace, verso la speranza.
Commentando il saggio di Maffei vorrei dunque conclusivamente riproporre questa ricerca antica: la parola nuova come tensione e arricchimento, innovazione nella continuità, lavorio dello spirito (direbbe Massimo Cacciari), musa ispiratrice della bellezza.
