Home GiornaleLa pedata di Giorgia e la posa garibaldina della Santanchè

La pedata di Giorgia e la posa garibaldina della Santanchè

Quando la politica si fa ginnastica d’autorità: tra sdoppiamenti, strigliate e comunicati fulminei, il governo scopre il metodo più rapido per risolvere i problemi.

Una regola semplice (e definitiva)

Su una cosa non si può discutere: quando a Giorgia non vai più a genio, qualunque sia il ruolo che svolgi, affrettati a fare le valigie prima che lei ti cacci a suon di pedate. Non esistono scusanti, non esistono perdoni. Fai le valigie e basta.

Negli ultimi tre giorni – da domenica, per intenderci – la premier Giorgia e la capo del partito Giorgia si sono ricongiunte in un “altolà” definitivo per due componenti del governo e per un alto funzionario. Una convergenza plastica: la doppia natura si ricompone sempre quando c’è da decidere chi resta e chi no.

Le due Giorgie

Per mesi la Giorgia di governo aveva tenuto a bada le intemperanze della Giorgia di partito, che premeva per liberarsi in fretta di chi costituiva un problema politico. Problema che, essendo il governo popolato da dirigenti dello stesso partito, equivaleva a convocare un Consiglio dei ministri e distribuire una “bella strigliata” generale, alleati compresi.

Ma la Giorgia premier era presa dalla consueta girandola istituzionale: voli di qua, presenze di là, agende fitte e tempi sempre più stretti. Le settimane scorrevano senza lasciare spazio alla riflessione. E senza riflessione, si sa, le crepe si allargano.

Se avesse dato ascolto alla sua controparte politica, la premier si sarebbe accorta che la situazione si incancreniva giorno dopo giorno, che la sua leadership di capo politico rischiava di farsi evanescente – “la premier è all’estero, in Italia ci pensiamo noi” – e che sarebbe servito un intervento rapido, persino spiccio: “te ne devi andà”. Metodi ruvidi, ma risolutivi.

Il risveglio tardivo

La vocina della Giorgia politica, nel frattempo, si era fatta sempre più flebile. Fino a quando, una quindicina di giorni fa, i sondaggi sul referendum sulla giustizia hanno segnalato una rimonta della sinistra. A quel punto, la voce è tornata squillante: non si può perdere, la riforma è nel programma di governo, bisogna scendere in campo.

Peccato che quindici giorni di campagna elettorale siano una coperta troppo corta per coprire mesi di inerzia. Le due Giorgie, riunite per l’occasione, si sono messe di buona lena: tour televisivi, interviste radiofoniche, incursioni sui social. Determinate, presenti, combattive.

Inutile. La sconfitta arriva puntuale nel primo pomeriggio di domenica.

La decisione: fuori tutti

Ed è qui che la scena cambia tono. La Giorgia politica alza la voce, urla contro se stessa e contro i suoi, si fa passare i fogli dalla Giorgia premier e detta la linea: questi tre vanno fuori dal governo. Subito. Con una pedata.

“Scrivi il comunicato. Svelta, scrivi!”

La premier, non esattamente ferrata nelle sottigliezze della prassi istituzionale, esegue: comunicato ufficiale in cui si chiede a un ministro di dimettersi, mentre gli altri due hanno già annunciato l’uscita. Un piccolo primato nella storia politica italiana.

Resistenze e “obbedisco”

Il ministro designato, però, resiste. Non molto: ventiquattr’ore. Poi capitola. E dire che era considerata una figura forte, di carattere, con un certo peso politico. La chiamavano “la pitonessa”: per la capacità – si diceva – di stringere gli avversari e per presunte doti profetiche, tutte ancora da verificare.

La vicenda si chiude con una lettera alla premier che suona come un “obbedisco” di garibaldina memoria. Ma sotto la superficie epica si intravede un più ordinario compromesso di partito, negoziato con la Giorgia politica.

Calcoli e salvataggi

Del resto, la politica ha sempre una via di fuga. Il ministro è stato eletto in un collegio blindato, una sorta di assicurazione sulla vita in caso di tempesta. Le elezioni sono tra un anno: il tempo necessario per rientrare in gioco, magari a scapito di qualcun altro che resterà fuori.

Calcolo elettorale, distribuzione dei seggi, equilibri interni: la matematica del potere non perdona.

Per gli altri due, invece, la sorte è già segnata. E le due Giorgie, una volta chiuso il capitolo, difficilmente se ne occuperanno ancora.

Morale provvisoria

Resta il metodo. Rapido, diretto, inequivocabile. Una pedagogia politica basata sulla semplificazione estrema: quando qualcosa non funziona, si elimina il problema. Letteralmente.

È la politica ridotta a gesto. O, se si preferisce, a movimento del piede.