La realtà smentisce il mito: perchè parliamo di Italiani brava gente?

La morte tragica di Satnam Singh, il giovane lavoratore indiano sfruttato, maciullato e gettato a pezzi come un rifiuto, fa emergere una faccia che non piace guardare del popolo italiano.

Italiani brava gente? Forse non tutti. Un mito del novecento, frutto di uno spirito religioso poco esigente e di un carattere civile ancora precario. Un mito del secolo scorso messo di recente in crisi da storici intelligenti (come Angelo Del Boca, o i giovani Valeria Deplano e Alessandro Pes) che hanno fatto emergere tutte le atrocità commesse nel novecento dagli italiani per rubare le terre di altri popoli in Africa, ma anche per consegnare ebrei e militanti antifascisti ai nazisti per essere giustiziati subito o con l’internamento, o anche nel trattamento riservato ai prigionieri di guerra nel primo e nel secondo conflitto.

La morte tragica di Satnam Singh, il giovane lavoratore indiano sfruttato, maciullato e gettato a pezzi come un rifiuto, fa emergere una faccia che non piace guardare del popolo italiano. Giorgia Meloni si è affrettata a gridare che questi comportamenti non corrispondono alle tradizioni e ai valori degli italiani: “atti disumani che non appartengono al popolo italiano”.

Purtroppo non è così. La premier ha bisogno di proiettare una immaginetta edulcorata, come uno specchio riflettente e deformante, per dire agli elettori: non vi preoccupate, lo so che siete tutti buoni. Altri sono i veri cattivi. I sindacalisti impegnati, gli agenti delle tasse, le forze dell’ordine democratiche, i bravi insegnanti, i medici che fanno con coscienza il loro dovere, i volontari dei servizi civili, gli amministratori locali che operano con passione, tutti quelli che si impegnano a rafforzare e migliorare la casa comune europea.

Spiace fotografare una situazione reale differente: ci sono in Italia diverse migliaia di piccoli imprenditori che inpunemente e rapacemente sfruttano la fame altrui, il bisogno drammatico di uomini e donne che la vita ha ridotto in schiavitù per sopravvivere. “Scarti”, li ha chiamati Papa Francesco. Non solo nell’agricoltura (dove il cognato ministro tace e inneggia alle virtù degli uomini rurali come faceva il duce), nell’edilizia, ma anche nella meccanica e in tutti i settori dei servizi.

Il numero elevato di morti e feriti gravi sul lavoro ci dice che il bacino di cattivi comportamenti è assai ampio, e non basta colpire i singoli casi che emergono drammaticamente ma bisogna intervenire in profondità. I prefetti hanno le mani legate dal ministero e dal potere politico del governo. Non basta incaricare un maggior numero di ispettori del lavoro per fare più controlli. Il nostro è anzitutto un problema culturale, sociale e politico.

Prendiamo ad esempio la pianura pontina dove il giovane indiano ha vissuto il suo martirio (e che ne sarà della sua giovane moglie Sony?): è un territorio ricco, storicamente fascista, ancora assai legato al partito che non vuole spegnere la fiamma nel simbolo. Un territorio dove i nonni furono così ferocemente fascisti da sparare contro gli anglo-americani sbarcati ad Anzio nel ‘44 per liberare l’Italia, perché gli era stato detto che gli alleati arrivavano per prendersi le loro terre.

La raccolta dei pomodori, delle fragole, dei prodotti agricoli di migliaia di serre, la cura delle centinaia di bufale che danno latte per le mozzarelle: queste ed altre attività fruttano ingenti guadagni per tanti piccoli imprenditori che si avvalgono di migliaia di lavoratori stranieri invisibili. Faticano 10-12 ore al giorno, vivono in baracche e casupole affittate da altri sfruttatori. Non hanno diritti né servizi.

Ora si getta tutta la responsabilità sul caporalato, che pure esiste e va estirpato, per coprire chi soprattutto dei caporali si avvale e si appropria del maggior guadagno dello sfruttamento. I caporali, come gli scafisti, (tutta gente che non vota si direbbe) sono additati come i veri responsabili, mentre si tace su chi fonda i suoi profitti sulla pratica del lavoro nero, precario e sottopagato. Come diceva Falcone, per spezzare queste catene paramafiose, bisogna indagare e colpire lì dove si formano i maggiori guadagli.

Se ci fosse la volontà politica non ci vorrebbe molto a modificare questo stato di cose, anche con un lavoro graduale che parta dalle condizioni più gravi. C’è questa volontà politica? Oppure l’agro pontino è una riserva protetta di voti della destra meloniana, e dunque si farà finta di colpire un caso, l’ultimo caso di cronaca, per poi lasciare tutto come prima? A Latina e in altre aree del paese.

Bisogna porsi subito queste domande e bisogna avere delle risposte. Dal tenore di queste ultime si capirà se si vuole modificare una situazione ormai insostenibile sul piano civile, morale e politico, oppure si vuole fare la commedia e dire in un orecchio ai piccoli imprenditori pontini “state buoni, non vi preoccupate, fra poco la buriana si calma e si torna a sfruttare in pace”.