Un esito che pesa più del previsto
Il nervosismo che sta animando la vita del governo nel post-referendum è dovuto a diverse motivazioni. Tra queste, di non secondaria importanza, vi è il fatto che il risultato della consultazione ha ricordato in modo brusco alla presidente del Consiglio di trovarsi alla guida di un esecutivo che non rappresenta la maggioranza degli italiani.
E questo fin dal settembre 2022, quando il centrodestra vinse le elezioni politiche non perché avesse ottenuto la maggioranza dei voti espressi, ma per la divisione del centrosinistra al nastro di partenza. Il referendum, dunque, ha avuto anche la funzione di riportare alla luce una verità politica che era rimasta sullo sfondo.
Una “pulizia” tardiva e poco convincente
L’operazione di parziale pulizia che la premier tenta di mettere in campo in queste ore rischia di apparire quantomeno tardiva. La tempistica – peraltro successiva all’ulteriore tentativo di difesa portato avanti dal ministro Nordio ad urne chiuse – conferma che l’abborracciata difesa d’ufficio sostenuta fino al giorno prima del voto non era altro che una goffa arrampicata sugli specchi.
Ne deriva il legittimo dubbio che dimissioni e defenestramenti siano stati dettati da ragioni di opportunità politica, suggerite dal risultato referendario, più che da una valutazione autonoma e tempestiva della gravità delle vicende che hanno coinvolto Delmastro e la Bartolozzi.
Si dirà: “meglio tardi che mai”. Ma non è così. Decisioni di questo tipo, per essere credibili, avrebbero dovuto maturare in tempi non sospetti, indipendentemente dal voto e dal suo esito.
Scaricare le responsabilità non basta
Va inoltre osservato che il tentativo della presidente del Consiglio di scaricare su altri la responsabilità della sconfitta non è destinato a produrre grandi risultati. Gli esponenti oggi messi sotto accusa sono infatti il frutto diretto delle sue scelte politiche o di rapporti fiduciari consolidati.
È il caso di Delmastro, da anni legato anche professionalmente alla famiglia Meloni. Questo rende poco convincente ogni tentativo di rappresentare tali figure come corpi estranei rispetto alla linea e alla responsabilità della leadership.
Il caso Santanchè e le dimissioni inevitabili
A segnare simbolicamente questo passaggio è la vicenda della ministra del Turismo, Daniela Santanchè. Dopo settimane di resistenza e di difesa “senza se e senza ma”, la pressione politica e giudiziaria – aggravata dal contesto post-referendario – ha infine condotto alle sue dimissioni.
Un epilogo che tutti i giornali registrano come inevitabile, ma che arriva al termine di una gestione esitante e contraddittoria. La premier è passata dalla piena copertura politica alla richiesta di un passo indietro, fino all’uscita di scena della ministra: una sequenza che rafforza l’impressione di una leadership più reattiva che proattiva.
Il caso Santanchè diventa così emblematico: non solo per il merito delle contestazioni – dal rinvio a giudizio per truffa ai danni dell’INPS – ma per il modo in cui la vicenda è stata affrontata, cioè sotto la pressione degli eventi e non per autonoma scelta politica.
Una lezione che va oltre la riforma
Il referendum è servito a bocciare una riforma percepita come insufficiente e pasticciata, ma il suo significato politico va oltre. Ha inciso sugli equilibri interni al governo, ha messo in discussione la tenuta della leadership e ha imposto scelte che si è cercato di rinviare il più possibile.
In questo senso, più che chiudere una fase, il voto sembra averne aperta un’altra: più incerta, più esposta e segnata da una crescente difficoltà nel tenere insieme consenso politico e credibilità istituzionale.
