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sabato, 7 Febbraio, 2026
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La sanità in affanno: cosa vive davvero il cittadino

Universalismo in affanno: cosa sperimenta oggi il cittadino tra medici di base, liste d’attesa e pronto soccorso? Una riflessione dal basso sul presente e sul futuro della sanità pubblica italiana.

Un sistema ancora modello, ma sempre più fragile

Il Servizio sanitario nazionale, ispirato ai principi di eguaglianza, universalità ed equità, è ancora considerato a livello internazionale uno dei sistemi di welfare più “democratici”. Garantisce infatti l’accesso alle cure a tutti i cittadini italiani e agli stranieri presenti sul territorio, senza discriminazioni.

Negli ultimi anni, tuttavia, questi pilastri mostrano segni di progressivo indebolimento. Non è obiettivo di questo articolo entrare nel merito dei dibattiti sui finanziamenti e sugli stanziamenti economici, ridotti nel tempo sotto governi di diverso colore politico: un tema ampiamente discusso nelle sedi istituzionali e al centro del confronto tra maggioranza e opposizione. Qui lo sguardo è quello dell’utente, del cittadino che quotidianamente si confronta con il sistema sanitario e ne sperimenta limiti e difficoltà.

Il medico di base come primo ostacolo

Il primo punto di accesso è il medico di medicina generale. Oggi ottenere una prima diagnosi può risultare complicato, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19, che ha introdotto modalità di accesso basate su appuntamenti da fissare preventivamente. In molti casi i tempi di attesa non sono compatibili con lo stato di salute del paziente, generando frustrazione e ritardi nella presa in carico.

Liste dattesa: il tempo che nega la cura

Il secondo grande nodo riguarda le liste d’attesa. Anche per esami diagnostici di media complessità o interventi non particolarmente complicati, i tempi possono essere molto lunghi e spesso non in linea con l’esigenza di una diagnosi tempestiva.

Pronto soccorso e migrazione sanitaria

C’è poi il capitolo dei pronto soccorso. Le attese sono nella maggior parte dei casi estenuanti e non mancano criticità nella gestione dei pazienti, come riportato quotidianamente dalle cronache. A questo si aggiunge il fenomeno della cosiddetta “migrazione sanitaria”: molti cittadini si spostano verso regioni ritenute più efficienti, lasciando quelle considerate meno affidabili.

Il risultato è un sovraccarico delle strutture più attrattive, che devono gestire un numero di pazienti superiore rispetto ai finanziamenti ricevuti, calcolati prevalentemente sulla popolazione residente.

Strumenti correttivi insufficienti

Alcuni strumenti introdotti nel tempo, come i DRG (Diagnosis Related Groups), che regolano i rimborsi agli ospedali in base alla tipologia di intervento, hanno attenuato solo in parte queste criticità. Lo stesso vale per l’intramoenia, che consente ai medici di effettuare visite a pagamento all’interno delle strutture pubbliche, con un contributo economico destinato all’ospedale.

 

La sanità della carta di credito

Resta però una percezione diffusa, suffragata dai fatti: per curarsi in tempi adeguati è spesso necessario rivolgersi al privato. Le cliniche private, anche quando convenzionate, presentano costi non accessibili a tutti. Il risultato è che molti cittadini rinunciano alle cure, in aperta contraddizione con lo spirito universalistico che ha ispirato la nascita del Servizio sanitario nazionale.

Quali vie duscita possibili

Come uscirne? Non esiste una soluzione semplice o immediata, ma alcune scelte politiche appaiono inevitabili. I medici di medicina generale potrebbero essere maggiormente integrati come dipendenti del servizio sanitario pubblico, superando anche le resistenze corporative.

Si potrebbero creare ambulatori territoriali diffusi, aperti 24 ore su 24, con diverse professionalità, in grado di alleggerire i pronto soccorso e rappresentare un primo punto di accesso efficiente, rivedendo il ruolo della guardia medica, oggi non sempre efficace.

Una scelta politica non più rinviabile

Ma soprattutto occorre una scelta chiara: si vuole continuare a investire in una sanità pubblica o si intende scivolare verso una “sanità della carta di credito”? Se la risposta è a favore del pubblico, il privato deve avere un ruolo complementare e non prevalente, anche attraverso una revisione dei margini di profitto e l’obbligo, per le strutture attrezzate, di garantire servizi come i pronto soccorso gratuiti.

Il tema si allarga inevitabilmente alla regionalizzazione della sanità e alla selezione dei direttori generali, che dovrebbero essere chiamati a gestire le strutture con obiettivi chiari, misurabili e verificabili.

Un malessere che interpella la politica

Una cosa, però, è evidente: l’utente è scoraggiato dall’attuale situazione. E anche se queste riflessioni meriterebbero un approfondimento maggiore, la questione è ormai lampante. La politica deve decidere se l’Italia vuole mantenere una sanità pubblica di eccellenza — le risorse, come spesso si ricorda, esistono — o se accettare un sistema in cui solo chi può permetterselo accede alle cure, mentre gli altri subiscono le conseguenze di un lento declino, fino a ipotizzarne, provocatoriamente, la fine.