Una criticità che non può più essere ignorata
Leggendo i dati dell’Inail sugli incidenti nei luoghi di lavoro emerge una criticità che non può più essere ignorata. Siamo nel 2026 e, nonostante il nostro Paese disponga di un corpus normativo tra i più articolati d’Europa, di tecnologie avanzate e di modelli organizzativi evoluti, gli incidenti sul lavoro non diminuiscono: le cifre più recenti indicano che non è più accettabile considerare questa strage come una prassi alla quale rassegnarsi. La domanda, allora, si impone: dove stiamo sbagliando?
La risposta più immediata richiama la necessità di inasprire le sanzioni. Tuttavia, tale lettura appare riduttiva. Le sanzioni esistono e svolgono una funzione deterrente, ma non incidono sulla radice del problema. Il nodo reale è l’assenza di un’autentica cultura della prevenzione, che non si impone per decreto e non può essere ridotta a mero adempimento burocratico. Essa è, prima ancora che norma, un sistema dinamico di valori, percezioni e consuetudini che si radica nei comportamenti quotidiani. Senza una coscienza collettiva del valore della vita e della sicurezza, nessuna disposizione, per quanto tecnica, potrà dirsi pienamente efficace.
Educare alla sicurezza: dai contesti originari alla vita d’impresa
Per questo è necessario tornare ai luoghi originari dell’educazione: la famiglia, la scuola, l’associazionismo, la parrocchia, l’università. È in questi contesti che si costruiscono l’attitudine alla cura e la percezione del rischio. Come spesso evidenziamo nel nostro Centro Studi della Co.N.A.P.I. Nazionale, la sicurezza non nasce in azienda, ma si porta in azienda: all’impresa spetta poi il compito di strutturare questa attitudine attraverso competenze, modelli organizzativi e formazione continua.
Il lavoro, essendo a fondamento della Repubblica, così come sancito dalla nostra amata Carta costituzionale, deve essere anche luogo di sviluppo integrale della persona. In questa prospettiva, richiamando il pensiero di Giorgio La Pira, a me molto caro, esso rappresenta lo spazio in cui l’essere umano si realizza, si eleva e si perfeziona. Ma tale sviluppo presuppone una condizione essenziale: la sicurezza. Senza di essa, la dignità stessa del lavoro risulta compromessa. Oggi questa cultura della prevenzione deve necessariamente includere anche il benessere psicofisico, affrontando i rischi emergenti legati a stress, burnout e isolamento relazionale, nella consapevolezza che la tutela del lavoratore riguarda la sua dimensione integrale.
La sicurezza come bene comune
Nel mondo anglosassone esiste una categoria che mi sta particolarmente a cuore, quella dei Commons, ossia dei beni comuni la cui qualità dipende dalla cura condivisa dei cittadini. In questa prospettiva, la sicurezza nei luoghi di lavoro può essere letta come un bene comune di cui prendersi cura ogni giorno. Come un parco pubblico, essa prospera solo se ciascuno si sente parte responsabile del suo mantenimento. Non è un insieme di norme da trasferire su altri in caso di incidente, ma una responsabilità diffusa che appartiene all’intera comunità lavorativa.
Dalle regole alle “super-abitudini” della prevenzione
Affinché questa responsabilità diventi prassi quotidiana però, la prevenzione deve trasformarsi in un comportamento interiorizzato. In tal senso, il riferimento alle “super-abitudini”, elaborate da Andrew Abela – di cui ho curato, insieme al professor Flavio Felice, l’edizione italiana (Super-habits. Il sistema universale per una società libera e felice, Rubbettino, 2026) – consente di comprendere come determinati comportamenti, se coltivati nel tempo, diventino parte stabile dell’identità personale e organizzativa. Non si agisce in sicurezza per evitare una sanzione, ma perché la tutela della vita diventa criterio naturale dell’agire. Di qui la necessità di educarsi a una vera e propria “super-abitudine” alla cura della vita umana.
Una questione umana prima che tecnica
Le imprese virtuose, secondo tale prospettiva, non si limitano al rispetto degli obblighi, ma integrano la sicurezza nella propria identità organizzativa, valorizzando anche l’analisi dei “quasi incidenti” come strumento di apprendimento. La sfida dunque non è soltanto rafforzare i controlli, ma costruire una vera civiltà della prevenzione, fondata su una cultura condivisa della cura.
La sicurezza sul lavoro non è, in ultima analisi, una questione meramente tecnica, ma una realtà umana, oltre che una misura concreta del rispetto che una società riconosce alla persona e alla sua irripetibile dignità.
