HomeAskanewsL’Accordo della Mecca punta nuovo equilibrio di potenza in M.O.

L’Accordo della Mecca punta nuovo equilibrio di potenza in M.O.

Roma, 9 ago. (askanews) – Non è ancora una Nato islamica e probabilmente non lo diventerà. Ma l’Accordo della Mecca firmato da Arabia saudita, Turchia e Pakistan introduce nel sistema di sicurezza del Medio Oriente qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe apparso difficilmente immaginabile: una garanzia di difesa collettiva organizzata da tre potenze musulmane senza che siano gli Stati uniti a esserne il perno. E’ questo, più ancora della formula secondo cui un attacco contro uno dei tre paesi sarà considerato un attacco contro tutti, il significato geopolitico dell’intesa siglata venerdì 7 agosto da Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdogan e Shehbaz Sharif.

Il nuovo patto nasce nel momento forse più difficile per l’architettura di sicurezza costruita dagli Stati uniti nel Golfo negli ultimi decenni. La guerra contro l’Iran, iniziata con gli attacchi statunitensi e israeliani del 28 febbraio, ha portato per mesi missili e droni iraniani e delle milizie alleate di Teheran contro paesi del Golfo che per molto tempo avevano ritenuto la presenza militare americana sufficiente a tenere la guerra fuori dai propri confini. Parallelamente, Israele ha ampliato la propria libertà d’azione militare dalla Striscia di Gaza al Libano, alla Siria e all’Iran, mostrando quanto sia diventato difficile anche per Washington condizionare le scelte del governo israeliano.

Da qui la scelta saudita. Non abbandonare gli Stati uniti, ma smettere di considerarli l’unico possibile garante della propria sicurezza. Il patto della Mecca non cancella alcuna delle alleanze già esistenti e Islamabad ha precisato che non sostituisce gli accordi bilaterali o multilaterali dei tre firmatari. Ankara, da parte sua, rimane nella Nato. Quello che cambia è quindi la geometria della sicurezza regionale: alla struttura verticale nella quale Washington proteggeva una serie di alleati si sta sovrapponendo una struttura orizzontale, nella quale le potenze regionali cominciano a garantirsi reciprocamente.

L’Arabia saudita porta nell’accordo peso finanziario, capacità di investimento e centralità energetica. La Turchia dispone del secondo esercito della Nato e di un’industria della difesa che negli ultimi anni è diventata uno dei principali strumenti della politica estera di Ankara. Il Pakistan aggiunge un grande apparato militare, decenni di cooperazione con le forze saudite e soprattutto un elemento politico impossibile da ignorare: è l’unica potenza nucleare del mondo musulmano. Islamabad ha tuttavia già escluso che ciò significhi automaticamente estendere a Riad il proprio deterrente atomico.

E’ proprio questa complementarità a rendere l’accordo più significativo di molte precedenti iniziative di cooperazione militare araba o islamica. I tre paesi non hanno le stesse ambizioni e neppure le stesse vulnerabilità. Riad ha bisogno di profondità strategica e di proteggere infrastrutture energetiche difficilmente difendibili soltanto attraverso la propria forza militare. Ankara ha interesse ad ampliare il mercato per droni, missili, sistemi elettronici e difesa aerea e a trasformare la sua crescente capacità industriale in influenza politica. Islamabad dispone di uomini e capacità militari, ma necessita di capitali, energia e investimenti. Già prima della firma, il Pakistan aveva dispiegato in Arabia saudita migliaia di militari insieme a caccia, droni e sistemi di difesa aerea.

Il primo destinatario del messaggio è inevitabilmente l’Iran, anche se tutti i firmatari insistono sul fatto che l’accordo non sia diretto contro Teheran o contro alcun altro paese. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha spiegato che tecnicamente la clausola di difesa reciproca è analoga all’articolo 5 della Nato, pur precisando che saranno i tre governi a stabilire caso per caso natura e livello dell’assistenza richiesta. In altre parole, il patto aumenta l’incertezza per chi pensa di colpire l’Arabia saudita: un missile contro Riad non dovrebbe più essere valutato soltanto in funzione della possibile risposta saudita o statunitense, ma anche di quella turca e pakistana.

La vera prova, tuttavia, riguarda le zone grigie. A meno di quarantotto ore dalla firma, gli Houthi yemeniti hanno rivendicato un attacco con drone contro la raffineria Saudi Aramco di Jazan. Il ministero dell’Energia saudita ha confermato un incendio, poi domato senza vittime, senza indicarne la causa. E’ un episodio che mostra immediatamente il problema: che cosa significa ‘attacco contro uno’ quando a colpire non è formalmente un altro Stato ma una milizia sostenuta dall’Iran? E fino a che punto Ankara e Islamabad saranno disposte a entrare direttamente nello scontro con gli Houthi o con le milizie irachene legate a Teheran?

E’ possibile che proprio da qui passi la linea tra il valore politico del patto e la sua futura efficacia militare. Contro un attacco convenzionale diretto, la deterrenza può risultare relativamente chiara. Contro reti di gruppi armati, droni lanciati da territori diversi, sabotaggi e azioni marittime, il meccanismo diventa molto più ambiguo. Per questo i primi effetti concreti dell’intesa potrebbero riguardare meno grandi operazioni militari comuni e più difesa antiaerea e antimissile, intelligence, sicurezza delle infrastrutture energetiche e protezione delle rotte marittime.

Il secondo destinatario, meno esplicitamente indicato, è Israele. Il patto non è un’alleanza contro lo Stato ebraico e Riad si è guardata bene dal presentarlo in questi termini. Ma la sua nascita segnala che l’Arabia saudita non considera più necessariamente la normalizzazione con Israele e l’integrazione nel sistema degli Accordi di Abramo come l’unica strada possibile verso un nuovo ordine regionale. L’agenzia di stampa Reuters riferisce che uno degli obiettivi attribuiti dagli analisti alla nuova intesa è proprio costruire una capacità di deterrenza anche rispetto all’unilateralismo militare israeliano. L’ufficio del premier Benjamin Netanyahu non ha commentato la firma.

E’ anche per questo che il futuro allargamento dell’accordo sarà decisivo. Erdogan ha chiarito che l’ambizione turca è non fermarsi ai tre fondatori. Fidan ha indicato espressamente l’Egitto come possibile nuovo membro e Ankara, Riad, Islamabad e Il Cairo hanno già creato un formato di coordinamento a quattro, denominato R4, per affrontare le crisi regionali. E’ prevista inoltre la costituzione di un comitato ministeriale e di un segretariato generale con sede in Arabia saudita: segnali che distinguono l’accordo della Mecca da una semplice dichiarazione politica.

Un eventuale ingresso dell’Egitto cambierebbe ulteriormente la natura del progetto, aggiungendo il maggiore esercito del mondo arabo e trasformando l’intesa in un asse che collegherebbe il Golfo, il Mediterraneo orientale e l’Asia meridionale. Ma proprio l’Egitto mostra anche quanto sia difficile trasformare la Mecca in una vera Nato regionale: Il Cairo conserva un trattato di pace con Israele e una relazione militare strutturale con gli Stati uniti, Ankara è membro della Nato, mentre Riad e Islamabad hanno rispettivamente rapporti essenziali con Washington e con la Cina. Il sistema che sta emergendo non sembra quindi destinato a essere costituito da blocchi rigidamente contrapposti, ma da alleanze sovrapposte.

Anche il momento scelto per la firma è significativo. Mentre nasce il patto, Iran e Oman stanno cercando di definire un’intesa sullo Stretto di Hormuz, attraverso cui in condizioni normali transita circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. Teheran ha detto oggi che l’accordo è nelle ‘fasi finali’, ma ha subordinato la piena riapertura dello Stretto a ulteriori concessioni statunitensi. Contemporaneamente gli Houthi stanno cercando di esercitare pressione sul traffico nel Mar rosso e hanno dichiarato un blocco navale contro l’Arabia saudita. Riad si trova dunque tra due colli di bottiglia strategici, Hormuz a est e Bab el-Mandeb a ovest, entrambi esposti direttamente o indirettamente alla pressione iraniana.

La risposta saudita non è cercare uno scontro frontale con Teheran. È costruire un’assicurazione. La Turchia ha già manifestato interesse a partecipare alla coalizione internazionale per proteggere la navigazione nel Mar rosso, mentre Pakistan e Turchia hanno appoggiato il progetto saudita di maggiore cooperazione marittima. Difesa aerea, intelligence, droni, navi e protezione delle infrastrutture possono trasformare progressivamente la dichiarazione firmata alla Mecca in un sistema operativo.

Il risultato potrebbe essere un Medio Oriente non meno militarizzato, ma più multipolare. Iran e la sua rete di alleati rimangono un polo di potenza; Israele conserva una superiorità militare e tecnologica sostenuta dalla relazione strategica con Washington; Arabia saudita, Turchia e Pakistan tentano ora di costruire un terzo spazio, non necessariamente ostile agli altri due ma sufficientemente autonomo da non dipendere completamente da nessuno.