C’è un equivoco che attraversa da anni il dibattito pubblico italiano: l’idea che l’immigrazione, nei termini in cui oggi si presenta, da sola possa compensare il declino demografico del Paese.
I dati ufficiali – Nazioni Unite, Istat, Eurostat – raccontano una realtà diversa, meno ideologica e più ostinata. L’Italia perde popolazione non per una contingenza, ma per una crisi strutturale. Ogni anno nascono meno di 400 mila bambini e muoiono circa 700 mila persone. Il saldo naturale è dunque negativo per oltre 300 mila unità.
L’immigrazione interviene su questo squilibrio solo in parte: il saldo migratorio netto stimato oscilla tra le 150 e le 180 mila persone l’anno: in termini semplici, circa metà del vuoto viene colmata, l’altra metà resta scoperta.
I numeri del declino
Il risultato è noto e difficilmente aggirabile. Anche includendo l’immigrazione nei livelli attuali e prevedibili, la popolazione italiana è destinata a scendere sotto i 55 milioni entro il 2050 e, secondo le proiezioni ONU, verso i 35 milioni a fine secolo. Senza immigrazione il declino sarebbe più rapido; con l’immigrazione attuale, le prospettive restano negative. È un punto che andrebbe chiarito, perché separa l’analisi dai riflessi propagandistici.
Il confronto europeo aiuta a capire. Italia, Spagna e Polonia condividono livelli di fecondità molto bassi. Tuttavia gli esiti sono diversi. La Spagna, grazie a flussi migratori più consistenti e continuativi, riesce almeno a stabilizzare la popolazione. La Polonia, che attrae pochi immigrati, conosce un declino più brusco. L’Italia si colloca nel mezzo: abbastanza immigrazione per rallentare la discesa, non abbastanza per arrestarla.
Gli immigrati ben presto si omologano
Il nodo più profondo, tuttavia, non è solo quantitativo. Anche quando l’immigrazione cresce, l’Italia fatica a trasformarla in riequilibrio demografico. Gli immigrati, nel giro di pochi anni, convergono verso gli stessi bassissimi livelli di natalità degli italiani. Non per ragioni culturali, ma per “condizioni ambientali”: precarietà lavorativa, bassi salari, difficoltà abitative, debolezza delle politiche familiari. In un contesto simile, non fanno figli né i nativi né i nuovi arrivati.
Le cifre parlano chiaro: per stabilizzare la popolazione servirebbe un saldo migratorio netto superiore alle 300 mila persone l’anno, in modo continuativo. È uno scenario che oggi appare politicamente fragile e socialmente non presidiato. Continuare a evocarlo come soluzione implicita significa coltivare un’illusione.
Senza interventi, declino inevitabile
Il punto, allora, non è essere “pro” o “contro” l’immigrazione. Il punto è riconoscere che l’immigrazione, ai livelli attuali e in assenza di una strategia demografica complessiva, è un ammortizzatore, non una soluzione. Senza un investimento serio su lavoro, famiglia, casa, welfare e integrazione, il declino continuerà, solo un po’ più lentamente.
La demografia non è un destino cieco, ma neppure un’opinione. È una questione implicante azioni di lungo periodo, che chiama in causa la responsabilità della politica verso le generazioni future. Eluderla significa accettare un ridimensionamento silenzioso del Paese, prima sociale ed economico, poi anche civile.
