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lunedì, 19 Gennaio, 2026
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Le gravi conseguenza per la messa in discussione dell’indipendenza monetaria americana

L’iniziativa del Presidente Donald Trump contro il governatore Jerome Powell apre un precedente: la politica entra nel perimetro giudiziario della banca centrale, con ricadute sistemiche su dollaro, mercati e debito pubblico.

Le sta provando tutte, Donald Trump, per far fuori il combattivo Governatore della Federal Reserve, Jerome Powell. Quasi fosse ancora alla guida di The Apprentice, con la voglia matta di urlare “You’re fired!” all’odiato banchiere. Che ha la colpa, a suo dire, di non aver voluto e di non voler abbassare il costo del denaro sino all’1%, una misura che dovrebbe favorire gli investimenti e così alleggerire il peso – elettoralmente importante – di un tasso occupazionale che non cresce e di un’economia che non decolla come il Presidente aveva con la sua solita enfasi annunciato e garantito.

Quello non cede e, con il rigore tipico del banchiere centrale, avverte e allarma circa i rischi di una ripresa inflattiva nel caso si lasciassero le briglie sciolte: il costo della vita è ancora al 3% e non dà segni di cedimenti, per cui è prudente non toccare i tassi.

L’arma giudiziaria come strumento politico

E così Trump, stretto nella stessa morsa macroeconomica che azzoppò Biden, ha ora giocato un’ultima (?) carta, facendo porre Powell sotto indagine penale dalla procuratrice di Washington, Jeannine Pirro, una sua fedelissima sostenitrice. L’accusa è imperniata sui presunti costi eccessivi e fuori controllo che avrebbero contraddistinto la ristrutturazione in corso della sede centrale della FED. Associando alla denuncia la consueta raffica di insulti, dove la parola “incompetente” è la meno offensiva.

Gli attacchi durano da tempo, e sono tutti mirati a conquistare una maggioranza in seno al consiglio direttivo della banca centrale. Dapprima ha licenziato la responsabile del Bureau of Labor Statistics, Erika Mc Entarfer, colpevole di aver pubblicato dati – rigorosamente quantitativi – sgraditi al governo. Poi ha cercato di cacciare dal Board of Directors della FED una sua componente, Lisa Cook, per una dubbia vicenda legata a una presunta frode attuata allo scopo di ottenere mutui a tassi agevolati (accusa però respinta dalla Corte d’Appello).

La conquista del Board e il controllo dei tassi

E infine ha nominato un suo fedele collaboratore, Stephen Miran, nel Board della FED: portandosi avanti col lavoro, avendo già in mente il nome del prossimo governatore (Kevin Warsh è il favorito, un uomo di Trump ovviamente).

È chiaro a chiunque la pericolosità di questa invadenza presidenziale contro l’autonomia della Banca Centrale. Autonomia che è una garanzia per i mercati e per gli operatori economico-finanziari, i quali possono reagire molto male a fronte di un esibito predominio della politica all’interno della Federal Reserve.

Un rischio sistemico per l’economia globale

Con questa voluta invasione di campo il potere esecutivo influenzerebbe non solo i tassi di interesse sul mercato, ma anche l’andamento della moneta (il dollaro, ovvero la principale valuta planetaria) e la stessa Borsa (Wall Street, la principale piazza finanziaria mondiale). Potrebbe così facendo auto-favorire il finanziamento di un debito pubblico che è già monstre e che potrebbe ulteriormente aumentare, anche in seguito agli effetti dell’ultima legge di bilancio – la “Big Beautiful Bill” – così fiscalmente favorevole al grande capitale.

Anche in questa vicenda – vedremo come si concluderà, e non è detto che non si trasformi in un pericoloso boomerang per il Presidente – Trump mostra il suo volto, quello di un aspirante autocrate che interpreta il mandato popolare ricevuto come una cambiale in bianco, liberatrice dei suoi istinti padronali, insofferenti a ogni critica e soprattutto a ogni autorità indipendente. Pure di quella destinata, nell’interesse generale, a salvaguardare la credibilità nell’ambito globale dell’intera economia statunitense.

La questione, nei suoi termini essenziali, l’ha ben spiegata il Governatore Powell: ed è “se la FED sarà in grado di continuare a fissare i tassi di interesse sulla base delle condizioni economiche, o se invece la politica monetaria sarà guidata da pressioni politiche o intimidazioni”.

Già.