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Le piazze infuocate di un’Europa malata

Dalle proteste sociali alle violenze urbane, il disagio attraversa l’Europa. Ma la devastazione delle piazze non può sostituire il confronto democratico né giustificare l’aggressione alle istituzioni.

Sono diverse le chiavi di lettura dell’ondata di rivolta sociale che sta infiammando la Francia, la Spagna, il Belgio, la Germania, persino l’Albania – pur con differenze evidenti delle modalità di protesta- e che si sta propagando in Italia: al centro delle cause che scatenano le violenze di piazza emergono la casa, la scuola, il caro benzina, la giustizia sociale, le guerre, le libertà civili ma con accentuazioni e toni diversi.

C’è di tutto e di più: ma sono problematiche che in una democrazia si risolvono con la negoziazione politica e sindacale, con il dialogo non con la violenza estrema che diventa devastazione, distruzione, scorreria, scempio. Viene da pensare che i soggetti che generano ferocia sociale siano i primi nemici della democrazia che reclamano e delle libertà che propugnano, specie di quelle altrui.

Resta da chiedersi se agiscano di propria iniziativa o diventino loro malgrado gli “utili idioti” nelle mani di menti raffinatissime con finalità ben chiare: generare sconquasso sociale, distruggere i simboli della democrazia, fare scempio delle città, creare danni a carico della collettività, dimostrare a qualcuno che nei Paesi dove accadono queste violenze incendiarie c’è insicurezza, la democrazia è debole, effimera e traballa, c’è bisogno di un ricambio gestionale, di qualcuno che dia risposte che i governi in carica non sanno dare.

 

Quando la protesta diventa violenza

Sociologicamente parlando questo è il cotè drammatico e devastante di una certa liquidità sociale che Zygmunt Bauman aveva intuito, non ancora ripulita dalle scorie di interessi politici che dal particolare conducono passo dopo passo ad un nuovo ordine mondiale generato dalle autarchie dei poteri forti.

Resta una regola non scritta: la sinistra che crea disordini sociali porta voti alla destra estrema e viceversa quest’ultima – quando blandisce la scure del repulisti etnico – riscatta la sinistra.

In Spagna il Governo Sanchez il 5 ottobre ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre dopo che il Congresso ha bocciato i suoi decreti sulla casa, in Francia gli scontri di piazza, i cortei, le manifestazioni, le degenerazioni di violenza gratuita provocata da infiltrati, teppisti e delinquenti comuni hanno messo al centro la scuola e tutte le carenze di un sistema scolastico che fino a ieri la pedagogia comparativa (in sede OCSE) definiva un fiore all’occhiello in ambito formativo: tutto questo sta mettendo alle corde Macron e alimenta la campagna di conquista dell’Eliseo da parte di Marine Le Pen e del suo Rassemblement National.

In Spagna e in Francia la politica e le elezioni, il ribaltamento dello status quo e la conquista del potere sono i veri convitati di pietra delle manifestazioni di piazza: lo stesso accade in Germania dove l’AFD somma questioni come l’islamizzazione del Paese, l’ordine sociale, la difesa della civiltà occidentale dall’ondata della cultura arabo-musulmana, la crisi economica di colossi come la Volkswagen e i licenziamenti annunciati.

Non diversa si profila la situazione italiana, ad un anno dalla scadenza del voto politico: nella protesta si percepisce nettamente una ispirazione post-ideologica che vuole usare la clava dell’welfare e dei temi sociali per disarcionare il governo in carica. In questa cornice viene ribaltato il noto aforisma secondo cui il potere logora chi non ce l’ha: oggi sembra vero il contrario.

Non si tratta solo di mera, anticipata campagna elettorale ma di una lunga e orchestrata azione di disinformazione attraverso i social media, infarcita di menzogne e alimentata dalla sollecitazione alla rivolta: questo accade purtroppo anche in alcuni partiti politici e nelle aule delle istituzioni democratiche.

 

Le tensioni politiche europee

Scriveva Voltaire in una lettera indirizzata a Nicolas-Claude Thiriot: «Mentite, amici. Mentite. Qualcosa resterà». Mai ad esempio come in questi tempi una certa televisione solleva dubbi di imbrogli di ogni tipo, genera disorientamento, incredulità, sconcerto, indignazione: un ipermoralismo perverso che ad esempio Alexander Grau ha ben espresso nel saggio “Ipermoralità. Il nuovo piacere dell’indignazione” (ed.

Liberilibri) che ho recensito e commentato con il titolo “il bisogno di un colpevole”.

Ma le piazze infiammate, le violenza e le aggressioni alle forze dell’ordine dell’Europa di questi giorni nulla hanno a che fare con le storiche piazze che avevano significato una rivolta contro le repressioni, il dominio straniero, i conflitti generazionali, esprimendo aneliti di libertà conculcate dai regimi, indipendenza degli Stati ed autodeterminazione dei popoli, non sono le piazze della contestazione giovanile del ’68, non quelle delle proteste vibranti contro il comunismo dopo la caduta del Muro di Berlino del 1989, non la piazza cinese del massacro di Tienanmen , non quella di San Venceslao nella Praga del 1969 dove Jan Palach si diede fuoco, non ancora a Praga quella della ‘Rivoluzione di velluto’ (sametová revoluce) del 1989 contro la morsa della tirannide sovietica.

 

Le piazze di oggi e quelle della storia

Osservando i filmati di certe scene di devastazione urbana, saccheggio di esercizi commerciali, oltraggio alle opere d’arte, aggressione delle forze dell’ordine che sono i veri difensori delle nostre libertà civili ed esplorando il target dei manifestanti si scopre che molti di loro sono minorenni o giovanissimi: viene allora da chiedersi se i loro genitori siano informati di queste azioni di teppismo messe in atto dai propri figli.

Viene poi da domandarsi se i più accaniti autori di azioni delinquenziali siano davvero studenti o piuttosto ‘professionisti del male’. La giustificazione del sociologo Jerome Fourquet, direttore del dipartimento Opinione dell’Ifop: “Abbiamo privilegiato la spesa per le pensioni rispetto ad altre politiche pubbliche, come l’istruzione. E questo scatena l’ira dei ragazzi.

È come se fossero saltati alcuni freni, la violenza può esplodere molto più rapidamente” è solo un’opinione che interpreta una parte della verità.

Perché è vero che emerge da queste manifestazioni di piazza una matrice esplicativa di un conflitto generazionale, è vero che c’è stata ovunque – nella società globalizzata e nel melting pot di diritti e doveri rimescolati e confusi – una rottura tra istituzioni rappresentative e welfare, è vero che esiste il problema scandaloso del caro-casa e che le scuole sono fatiscenti ma tutto questo non attenua la gravità delle violenze perpetrate.

 

Il disagio giovanile e le responsabilità educative

Vorrei sapere quanti di quei ragazzi con il passamontagna, la maschera e il volto coperto studiano davvero, oltre ogni difficoltà, conoscono il valore delle parole abnegazione, impegno sacrificio. Sono queste le lacune di cui famiglia e scuola sono latrici, anch’esse colpevolmente.

Dilaga un atteggiamento aggressivo contro la scuola e i suoi insegnanti, nelle strade e nelle piazze ma anche nei comportamenti offensivi e di violenza personale messi in atto dentro gli edifici scolastici: sono due versanti di un atteggiamento dissacrante che non può essere tollerato.

Ma c’è una domanda fondamentale che va posta a priori: chi recluta e come questi ragazzi, attraverso chat online, in modo organizzato e studiato si cura del passaparola, chi li indirizza attingendoli anche da paesi stranieri alle piazze della distruzione e con quali suggestioni? La risposta è una sola: la politica è l’attore principale di questa iniziazione, una politica intesa come vettore e regista dei comportamenti sociali.

 

Chi organizza la violenza?

Si capisce dalle bandiere, dagli striscioni, dai cartelli esibiti dai manifestanti: scendono in piazza asseritamente per una casa per tutti, una vita dignitosa e una scuola migliore ma urlano slogan antisemiti, si scagliano contro l’Ucraina e le coperture militari all’aggressione russa, crocifiggono gli ebrei: una messinscena unilaterale e orchestrata da mani sapienti.

Abbiamo contezza del fatto che in Russia i filmati di queste manifestazioni violente contro le democrazie europee sono trasmesse dalle TV e dai media controllati dal regime per dimostrare come quei Paesi siano attraversati dalla corruzione e dal male e governati da inetti e incapaci.

Da anni la propaganda filoputiniana passa attraverso certi giornali nazionali o per voce di opinionisti che ci fanno credere che la Russia rispetti le indipendenze degli Stati nazionali europei (salvo provocarli o minacciarli), che l’Europa e gli Stati membri sono un covo di corrotti che non si curano dei problemi reali della gente.

E il filosofo del Cremlino Alexander Dugin così si esprime in alcuni post: “Più caos c’è, meglio è. Questi europei vogliono combattere contro di noi: come pensano che ciò possa accadere quando non riescono a garantire nemmeno un minimo di ordine nelle loro città?”… “Le Pen, presto, ora!”… E quanto alla Meloni …”Ha rovinato tutto, l’Italia merita di più, molto di più”.

In questi giorni lo stesso ambasciatore russo Paramonov ha parlato di “un’altra Italia” contraria alla guerra, citando opposizione, attivisti e società civile, sullo sfondo di una campagna elettorale di fatto già aperta.

 

La propaganda e il fattore russo

Strano che quella guerra l’abbia voluta e la conduca spietatamente da oltre 4 anni la Russia stessa.

Strano che in questa Italia nessuno organizzi cortei contro l’aggressione russa e il dittatore Putin.

Certamente tutto lo sconquasso e lo sfacelo provocato dalle manifestazioni che stanno flagellando diversi Stati membri dell’U.E. finiscono per indebolire l’immagine di un’Europa già fragile, rappresentandola come una congrega di oligarchi che vanno cacciati dalle istituzioni comunitarie o che quest’ultime vadano rimosse a favore delle singole nazioni: in fondo un padrino protettore lo si può trovare altrove.

Certamente l’Europa – come ha scritto Sylvie Goulard – è ‘grande da morire’ e difficilmente governabile in versione unitaria, certamente non bastano i volonterosi a difenderla dagli attacchi concentrici delle superpotenze. Ma la nostra storia, la cultura tramandata, la civiltà giuridica che esprimono le nostre democrazie e le nostre Costituzioni non saranno cancellate da qualche migliaio di facinorosi e dai loro registi occulti.

Di questo dobbiamo avere contezza e determinazione, oltre le effimere volontà.