Home GiornaleGiovani in piazza, oltre la rabbia c’è il vuoto

Giovani in piazza, oltre la rabbia c’è il vuoto

Dietro la protesta giovanile non ci sono soltanto rivendicazioni economiche e violenze di piazza, ma un profondo disagio esistenziale. Galeazzi richiama Maritain e sollecita un dialogo tra generazioni, coinvolgendo anche l’Europa.

Dal Sessantotto alla protesta di oggi

Nel dibattito sulla protesta studentesca in corso in alcune città italiane, tre sono gli aspetti in cui si è concentrata maggiormente l’attenzione: il confronto con il Sessantotto, l’estesa partecipazione e la frangia violenta dei manifestanti. 

Riguardo al confronto con il Maggio francese, sono state evidenziate le somiglianze e le diversità. A me sembra che siano due movimenti molto diversi: quello di quasi 60 anni fa è stata una vera e propria “contestazione”, mentre quello attuale è piuttosto una “rivendicazione”; il primo era ideologico, il secondo è prassiologico; il primo era contro il sistema, il secondo è contro il governo in carica; il primo voleva l’immaginazione al potere, il secondo si accontenta della contabilità; insomma il primo è stato una “rivoluzione”, il secondo (almeno al momento) appare più una “rivolta” con caratteri inediti (la storia non si ripete). 

Riguardo alla partecipazione dei manifestanti, si tende a distinguere giustamente tra una parte maggioritaria impegnata in una legittima manifestazione di dissenso per ragioni legate soprattutto ad aspetti economici (il caro-scuola, il caro-alloggi, il caro-vita, il caro-benzina, ecc.) e una parte minoritaria caratterizzata dalla violenza. Riguardo a questa parte violenta, si rileva specialmente il carattere distruttivo della sua azione, una violenza fine a se stessa (come dicono alcuni) o un modo abnorme di comunicare qualcosa? Certo che va condannata e sanzionata, ma non basta, tanto più che questo tipo di intervento si presta a strumentalizzazioni diverse da parte della sinistra e della destra.

 

Il disagio come denominatore comune

Ecco: la valutazione relativa alle manifestazioni italiane mi sembra che, per un verso, usi categorie inadeguate, perché (destra e sinistra) risultano abbastanza datate, e andrebbero forse sostituite con nuove categorie (topologiche: alto e basso), e, per altro verso, trascuri quella che, a mio parere, è la questione principale con cui misurarsi, vale a dire il disagio. 

Chi vi accenna tende a confinarlo nell’ambito delle frange violente; in realtà mi pare il denominatore comune di tutta la protesta. Ed è un disagio che (altro aspetto essenziale) si lega soprattutto ai giovani, in particolare a studenti e – cosa mai accaduta – a studenti della scuola secondaria di secondo grado, finanche di primo grado, cioè ragazzi di scuola media, quindi nemmeno adolescenti (come i liceali) ma preadolescenti. 

Tale connotazione anagrafica è importante, perché rappresenta un aspetto inedito, che getta nuova luce sul disagio, che (non dimentichiamolo), per quanto sia condiviso o diffuso, ha sempre una connotazione individuale, per cui è con le persone singole che bisogna misurarsi, pure di fronte alla distruttività caratterizzata da un tasso di violenza inversamente proporzionale all’età di chi la compie! 

Pertanto queste frange non vanno semplicisticamente liquidate come minoranze e deprecate per la loro azione violenta, che certamente va stigmatizzata; nel contempo, però, va presa in seria considerazione per capire quel disagio che si esprime in alcuni in modo distruttivo, in altri in modo legittimo; tuttavia il disagio è alla base degli uni e degli altri. Quindi è su tale disagio psicologico, sociale ed esistenziale che occorre riflettere per cercare di capire e risolvere la crisi, senza fermarsi alla repressione (pur necessaria) e alla reprimenda (pur opportuna). 

Dunque, c’è un disagio diffuso che tocca tutti, ma soprattutto i giovani, ed è un disagio motivato certamente (e in modo più appariscente) da ragioni “materiali” (che si possono riassumere nella crescente diseguaglianza sociale), che rischiano di non farci vedere le ragioni più profonde e più vere, nemmeno identificate o identificabili, se non nel contesto di un generico nichilismo amorale o asettico.

 

La domanda di senso e il ruolo dell’Europa

Ebbene, mi pare che dietro la protesta si celi, a ben vedere, una questione esistenziale e valoriale, che un vecchio filosofo (Maritain era all’epoca ottantaseienne!) aveva individuato all’indomani del Sessantotto e che torna in qualche modo anche nel 2026, e risulta evidente proprio in presenza della violenza esibita sia pure da una minoranza di manifestanti. 

È il disagio di una gioventù che (per usare il linguaggio maritainiano) è «stata sistematicamente privata di ogni ragione di vivere»; quindi si tratta non solo di «cattiva organizzazione degli studi», di «mancanza di sbocchi pratici», di «civiltà senza anima», ma proprio di «male metafisico», cioè del «vuoto», per dire la «mancanza completa di ogni valore assoluto e di ogni fiducia nella verità». A questa analisi compiuta sul maggio parigino ma applicabile, almeno in parte, anche all’ottobre milanese (o bolognese o torinese), è da aggiungere ciò che è specifico dei giovani di oggi che risentono della pandemia (il Covid-19), delle guerre (in Ucraina e nel Medio Oriente), dell’ecologia (la questione climatica) e della mediatizzazione (l’intelligenza artificiale). 

Sono fattori che hanno reso i ragazzi più soli, più smarriti, più fragili; i social allora costituiscono una via di fuga e, nello stesso tempo, una prigione mediatica, che (parafrasando David Riesman) rende “la folla” della Generazione Zeta “solitaria” e meno capace di misurarsi con il principio di realtà. Da qui la rottura del rapporto intergenerazionale con l’accusa agli adulti di essere all’origine di quella mancanza di futuro che attanaglia i ragazzi, e che alimenta la loro insoddisfazione, inquietudine e rabbia. 

Da qui la necessità, a mio parere, di creare canali di comunicazione e tavoli di confronto con studiosi e gli stessi giovani, per cercare di dipanare la matassa, risolvendo nell’immediato alcune questioni pratiche, e mostrando poi la volontà di realizzare un dialogo “politico” non partitico, per comprendere e comprendersi. A questo livello, mi faccio una domanda come europeista convinto: l’Europa dov’è? Non dovrebbe esserci per operare analisi e dare sostegno? La novità e gravità della situazione lo esigerebbero.