14 C
Roma
giovedì, 19 Febbraio, 2026
Home GiornaleLe vie brevi della politica

Le vie brevi della politica

Tra semplificazione comunicativa, verticalizzazione del potere e crisi della rappresentanza, il discorso pubblico si svuota di contenuti mentre l’Europa invoca coesione e visione strategica per affrontare le sfide globali.

La semplificazione come metodo

La politica sembra aver abbandonato la scelta metodologica dell’analisi e della sintesi, per imboccare la via della semplificazione minimalista. Non è solo un problema di stilemi linguistici e comunicativi: ciò che è venuto a mancare è il fondamento ideologico del discorso politico. Si procede per sommi capi, banalizzando in modo riduttivo temi e appartenenze; si nota un impoverimento di riflessioni e prospettive.

La personalizzazione dei partiti con il nome del leader nel simbolo è la rappresentazione più eloquente di quella verticalizzazione del potere — sinonimo di crisi più che di forza — a più riprese stigmatizzata nei più recenti Rapporti annuali del CENSIS. Nello stesso tempo, specularmente, questa sorta di possesso in capo a una persona, che dovrebbe essere la più rappresentativa dell’apparato, nasconde (mica tanto) una struttura organizzativa interna basata sulla fedeltà e sul vassallaggio.

Selezione fiduciaria e crisi del merito

Ciò si riflette, oltre il palinsesto partitico, anche nelle istituzioni, perché le candidature elettorali non vengono indicate per merito accertato ma sulla base di un rapporto fiduciario interno. In poche parole, ciò significa che i prescelti — ad ogni livello di rappresentanza degli organi istituzionali — in genere non sono i migliori, ma i più affidabili portavoce dei vertici di partito.

Nonostante la Costituzione sostenga il contrario, i capaci e meritevoli sono relegati nella categoria dei soccombenti per far posto a mediocri situazionisti, capaci più di esprimere invettive preconcette che proposte degne di misurarsi in un confronto centrato su contenuti distintivi e dirimenti.

Dal confronto politico al teatro televisivo

In questo modo il dibattito fondato su tesi argomentate — come accadeva nei congressi e dalle tribune delle formazioni politiche della famigerata e giubilata Prima Repubblica — viene sostituito dai siparietti televisivi, dove l’incaricato di turno espone formulette preconfezionate e senza contraddittorio, con una semplificazione culturale persino stucchevole e retorica.

Accade magari che una candidatura venga presentata a favore di chi si è reso protagonista di qualche gesto simbolico, di qualche bravata o di episodi di cronaca che, meglio di una formazione culturale seria e di una preparazione solida e foriera di competenze utili, esprimono il malcontento piuttosto che la proposta, il negazionismo invece dell’ortodossia, la ribellione al posto del rispetto delle regole e della considerazione altrui. Di rappresentanti di questa caratura superficiale, carica di suggestioni emotive ma priva di razionalità e costrutto, ne abbiamo una discreta rappresentanza ad ogni livello istituzionale, dagli enti locali al Parlamento nazionale fino a quello europeo.

Autoreferenzialità e immobilismo

Da molto tempo si dibatte sulla necessità di un ricambio della classe dirigente, ma pare che ogni concreta soluzione venga sistematicamente rinviata. L’autoreferenzialità diventa facilmente inazione; la conoscenza — intesa come studio, ponderazione, proposizione e applicazione — non la troviamo facilmente alla base della tassonomia dei valori e dei meriti effettivi, perché viene bandita dal dibattito politico che dovrebbe basarsi sul dialogo e sul confronto.

Si va avanti a tentoni: la preoccupazione maggiore è quella dell’autoconservazione.

Referendum, campagna elettorale permanente e scenario europeo

Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati apre ufficialmente la campagna elettorale delle politiche del 2027. Ma in Europa non stiamo meglio, e non mi riferisco solo all’Italia. In questi giorni Mario Draghi ed Enrico Letta hanno stimolato i Paesi dell’Unione verso una coesione d’intenti e una struttura federale, per fronteggiare le sfide che il nuovo ordine mondiale, la tracotanza delle superpotenze e il neocolonialismo delle sfere d’influenza stanno imponendo.

L’autorevolezza dei protagonisti e la pregnanza delle argomentazioni dovrebbero suggerire un’accelerazione verso il rafforzamento dell’Unione europea: “da 27 a uno”.

Le sfide ignorate e il coraggio che manca

Il Rapporto sul futuro della competitività europea presentato nel settembre 2024 dall’ex presidente della BCE, i suoi recenti richiami aggiornati e il sostegno competente e unisono del presidente dell’Istituto di Studi politici Jacques Delors di Parigi, nonché decano dell’IE University di Madrid e autore a sua volta di un Rapporto sul futuro del mercato unico dell’UE, carichi di motivazioni forti e coerente pragmatismo, sembrano tuttavia suggerire strade troppo coraggiose rispetto alle vie brevi in cui ristagna la politica nazionale ed europea.