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venerdì, 20 Febbraio, 2026
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Liste d’attesa: il Paese a due velocità

Fino a 861 giorni per un esame e differenze enormi tra Regioni. Nel Lazio spunta una Tac del torace oltre i dieci mesi: il tempo diventa una frontiera sociale.

Numeri che bruciano

Per una colonscopia con priorità programmabile (soglia teorica: 120 giorni) si arriva a 702 giorni nell’ASL BT (Barletta-Andria-Trani) e a 411 al Policlinico di Bari, con quote di “grave ritardo” che toccano l’85%. L’ecocolordoppler dei tronchi sovra-aortici – esame chiave nella prevenzione vascolare – segna 861 giorni all’ASL di Teramo. Slittano anche le visite di primo accesso: la prima cardiologica arriva a 222 giorni in Puglia, l’oculistica a 226. All’opposto, Veneto e Umbria compaiono tra i migliori: colonscopia in 45 giorni in Veneto, prima cardiologica in 60 e dermatologica in 61; prima ortopedica in 18 giorni in Umbria. E mentre l’attesa nel servizio pubblico si dilata, la stessa tabella mostra che in libera professione si scende spesso sotto le due settimane.

Roma e Lazio sotto pressione

Nella mappa dei ritardi compare anche il Lazio: per una Tac del torace all’ASL Roma 4 il tempo medio indicato supera i dieci mesi (326 giorni), con un peso rilevante di sforamento (“grave ritardo”). È un dato che parla a Roma e all’hinterland: bacini d’utenza enormi, mobilità sanitaria, domanda crescente (invecchiamento, cronicità, follow-up) e un’offerta che non sempre si traduce in slot prenotabili.

Il Ministro Schillaci rivendica piattaforma, norme e controlli. Ma il punto non è il cruscotto: è renderlo operativo e vincolante. Se i dati restano parziali, la responsabilità pubblica si diluisce; se la tutela dipende dalla segnalazione del singolo, l’attesa continua a selezionare. La domanda vera è politica: soglie che attivano interventi, sanzioni reali e tempi verificabili — soprattutto nelle aree metropolitane, dove il ritardo peggiora le prognosi.

Il nodo sociologico: quando il tempo seleziona

Le liste d’attesa non sono solo un problema di gestione: sono un ingranaggio di stratificazione. Se la cura dipende dalla capacità di “reggere” mesi, il diritto si restringe: chi ha risorse compra tempo, chi non le ha rinuncia o arriva tardi. In mezzo si incrina la fiducia e cresce un’economia dell’ansia fatta di telefonate, caccia alle disdette, spostamenti tra strutture e – per chi può – intramoenia o privato. Il monitoraggio serve, ma non basta: servono agende uniche, orari estesi, pieno utilizzo di sale e macchine, integrazione governata con l’accreditato e un territorio più forte.

Perché quando l’attesa si cronicizza non è più un problema d’agenda: è una frattura sociale. Ritarda diagnosi, peggiora malattie e – nei casi più gravi – può fare la differenza tra cura possibile ed esito irreversibile.