Home GiornaleL’Italia delle periferie invisibili

L’Italia delle periferie invisibili

Il nodo irrisolto dello sviluppo italiano tra declino demografico, marginalità territoriale e assenza di una vera coscienza pubblica.

Dalla storia alla metafora: il destino delle periferie

Qualche giorno fa facevo da relatore a un convegno dal titolo “1806-2026: Il Capoluogo da Montefusco ad Avellino – Prospettive future”. Montefusco, per secoli capitale della Provincia di Principato Ultra, perse nel 1806 il ruolo di capoluogo perché percepita isolata e distante dai centri decisionali. Non si tratta di un semplice fatto storico: è la metafora di un processo che si ripete in centinaia di Comuni, la trasformazione di un cuore pulsante in “periferia” geografica, demografica, culturale, politica ed economica.

Nello scrivere queste poche righe, riaffiora il discorso che don Luigi Sturzo tenne nel 1923 presso la Galleria Principe di Napoli, secondo cui la questione meridionale è una questione nazionale. Per Sturzo non era sufficiente distribuire risorse – o come diremmo oggi, “bonus” – a un territorio svantaggiato: occorreva costruire una coscienza pubblica capace di mettere in gioco energie locali, imprenditoriali e nazionali. A oltre cento anni di distanza, dobbiamo constatare che quella coscienza, anche per le aree interne, è ancora, purtroppo, in fase di formazione.

I numeri di un declino strutturale

Secondo il CNEL, si è passati dai 15,2 milioni di giovani degli anni Novanta ai 10,4 milioni del 2024: un calo che non è solo frutto della “penosa via crucis” – come avrebbe detto don Sturzo – ma anche delle “culle vuote”. Viene a mancare la spina dorsale produttiva e previdenziale del Paese.

A questo si aggiunge il mismatch occupazionale: competenze formate ma disallineate rispetto al mercato, che spingono i giovani verso un “esodo” senza più riscatto sociale. A causa della stagnazione salariale e del caro vita, molti restano in povertà anche una volta trovato un lavoro, intrappolati in quella condizione che gli studiosi definiscono working poor.

La doppia marginalità delle aree interne

Montefusco non è solo Mezzogiorno: è un’area interna. Questi territori, caratterizzati dalla lontananza dai principali poli di servizio – istruzione, sanità, mobilità – coprono oltre metà dell’Italia ma ospitano appena un quarto della popolazione.

Il Rapporto Caritas 2025 evidenzia come gli abitanti avvertano di “contare poco”, lontani dai flussi decisionali: è come se la coscienza collettiva di cui parlava Sturzo si fosse spenta. Le micro e piccole imprese, schiacciate dall’impoverimento, sopravvivono a fatica: il 30,2% soffre per il mancato ricambio generazionale, con un’età media degli imprenditori – secondo i dati del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale – di 58 anni.

L’idea di restituire alle giovani generazioni una società migliore – concetto caro a Giorgio La Pira – rischia di svanire.

Impresa, comunità e bene comune

L’impresa, che La Pira definiva “cellula vitale”, costituisce nelle aree interne un presidio territoriale, talvolta l’ultima rete sociale rimasta. Eppure manca una visione capace di riconoscere in questi territori una risorsa strategica, non un peso per il sistema Paese.

Dobbiamo leggere le aree interne come una questione politica nazionale, non come una sventura geografica. Le imprese hanno qui una funzione sociale ineludibile: come sottolineato da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, la gestione d’impresa deve farsi carico non solo del profitto, ma del bene comune e dello sviluppo della comunità di riferimento.

Infrastrutture e responsabilità pubblica

Eppure nessuna impresa può colmare da sola i vuoti strutturali: senza banda larga, trasporti, istruzione e sanità di prossimità, il sistema non regge. Senza queste basi, restare non è un progetto di vita consapevole, ma un atto di eroismo solitario destinato a esaurirsi.

Nel primo Ottocento Montefusco perse la centralità perché scomoda da raggiungere; oggi il Mezzogiorno interno rischia il futuro per la stessa ragione. Sturzo chiedeva che la questione diventasse “nazionale”: dopo un secolo, la posta in gioco resta la stessa.

Antonio Zizza, direttore scientifico del Centro Studi e Ricerche della Co.N.A.P.I. Nazionale