Il veto che paralizza l’Unione
Il blocco del prestito di 90 miliardi di euro destinati all’Ucraina, definito dal Consiglio Europeo dello scorso dicembre, dimostra plasticamente la condizione di impotenza nella quale si trova l’UE. È sufficiente l’opposizione di un piccolo paese – l’Ungheria ha 9,6 milioni di abitanti – e magari di un secondo – la Slovacchia ne ha 5,5 milioni – per impedire l’attuazione di una importante e soprattutto significativa decisione adottata da altre 25 nazioni che insieme cubano 435 milioni di cittadini.
La Presidente Von der Leyen ha assicurato che quei soldi arriveranno in ogni caso a Kyiv. Si troverà il modo. Probabilmente già individuato e, se vogliamo, di fatto indicato dallo stesso premier ungherese quando ha motivato il suo voto contrario con i ritardi ucraini nella riparazione dell’oleodotto Druzhba, vitale per l’approvvigionamento di greggio e bombardato dai russi lo scorso gennaio.
Il rischio bancarotta e il vantaggio per Putin
Senza quel contributo finanziario l’Ucraina potrebbe andare in bancarotta già il prossimo mese. Sarebbe un assist a Putin – e al suo sodale Trump, sempre meno interessato a sostenere Zelenskyi, che non ha mai amato – che l’Europa non può assolutamente consentire.
Il caso è comunque utile per fare chiarezza: gli elementi di base per non continuare a parlarsi addosso ci sono tutti e sono evidenti. Quella che manca è la volontà politica per metterli insieme e tradurli in una operatività capace di trasformare l’Unione, di rafforzarla.
Superare il diritto di veto
Come ormai è noto a chiunque, la prima decisione da prendere è l’eliminazione del diritto di veto. Almeno per quanto riguarda le materie principali, quelle che definiscono la politica di una istituzione. Almeno prevedendo una maggioranza qualificata che consideri il peso demografico delle diverse nazioni appartenenti all’Unione.
Allargando, insomma, il concetto e la prassi delle “cooperazioni rafforzate” a tutte le questioni più rilevanti, a cominciare dalla politica estera e di difesa.
Debito comune e sovranità condivisa
La seconda decisione dovrebbe essere l’utilizzo di debito comune europeo – come già fatto in poche circostanze eccezionali – per implementare almeno le più importanti decisioni nelle più importanti materie, come sopra accennato.
“Vasto programma”, dirà qualcuno. Ma indispensabile, a questo punto. A meno che non si voglia affossare l’Unione, per la gioia di Trump, di Putin, di Xi.
L’Europa può essere una grande potenza
L’attuale irrilevanza politica, dovuta ai veti reciproci sempre presenti nel Consiglio Europeo a trazione intergovernativa, può e deve essere superata se prevarrà uno spirito positivo capace di guardare al mondo per quello che è diventato.
Se si saprà comprendere che – come ha detto nel suo splendido intervento a Davos il premier canadese Mark Carney – se le grandi potenze possono fare anche da sole, le medie no. Con una integrazione, che Carney ha sottaciuto: l’Europa, unita, sarebbe una grande potenza, non certo una media.
Il populismo antieuropeista di bassa lega – quello alla Salvini, per intenderci – si sconfigge alzando la posta, proponendo una visione, dimostrando di avere idee e forza intellettuale per affrontare e vincere le nuove sfide che un mondo tanto cambiato impone
