Gerusalemme, 6 lug. (askanews) – Gerusalemme prova a ritrovare il ritmo della quotidianità, ma il conflitto continua a permeare la vita della città. Tra caffè affollati, mercati brulicanti e strade percorse da residenti e pochi turisti, il conflitto resta una presenza silenziosa ma costante, che condiziona abitudini, percezioni e prospettive. In questo equilibrio fragile, molti israeliani cercano di ricostruire una parvenza di normalità, convivendo con un senso di precarietà che, dopo il 7 ottobre, è diventato parte integrante della vita quotidiana.
Nel corso della sua ultima intervista a Fox News, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto l’idea che il futuro di Israele sia inevitabilmente destinato a una guerra permanente. Secondo il leader israeliano, gli sviluppi nei rapporti con il Libano lasciano intravedere la possibilità di una graduale de-escalation del conflitto.
“Non siamo in uno stato di guerra permanente. Io stesso, insieme al presidente Trump, abbiamo portato avanti quattro accordi di pace. È quello che abbiamo fatto con gli Accordi di Abramo”, ha dichiarato Netanyahu, aggiungendo di ritenere che l’intesa raggiunta con Beirut dimostri l’esistenza di un potenziale per nuovi accordi di pace nella regione. “Il Libano vorrebbe liberarsi dai terroristi di Hezbollah che, come sapete, gli rendono la vita un inferno”, ha proseguito il premier, sostenendo che una parte del Paese, tra cui i villaggi cristiani, desidera affrancarsi dall’influenza del proxy di Teheran. “Alcuni villaggi cristiani in Libano hanno addirittura chiesto di essere annessi a Israele”, ha specificato Netanyahu, precisando che Israele li “protegge da Hezbollah, dai fanatici di Hezbollah che vogliono ucciderli, e facciamo lo stesso con i cristiani ovunque”.
“Spero che riusciremo a raggiungere altri accordi di pace. E posso dirvi che, se si vuole la pace, bisogna essere in grado di proteggersi da chi vuole annientarci. Noi lo facciamo. Ma difendendoci, difendiamo la nostra civiltà comune”, ha osservato ancora il leader israeliano a Fox News.
Nonostante l’apertura del primo ministro israeliano, la guerra continua a manifestarsi lungo le strade di Gerusalemme. Passeggiando nel centro della città è, difatti, frequente, oltre alla consueta presenza delle forze dell’ordine, imbattersi in riservisti o militari in licenza che portano con sé il proprio fucile d’ordinanza anche durante le proprie attività quotidiane: come accompagnare i figli in passeggino, fare acquisti, oppure bersi una semplice bevanda in compagnia. Una presenza che testimonia quanto il conflitto sia entrato nella normalità della vita civile israeliana, da sempre abituata a convivere con periodi di tensione, allarmi e minacce alla sicurezza.
L’attacco del 7 ottobre ha rappresentato uno spartiacque. I volti dei soldati dell’Idf caduti a Gaza e in Libano sono esposti spontaneamente in numerosi luoghi della città: dalle bancarelle del mercato di Mahane Yehuda, fino a Jaffa Street e in Zion Square.
Fotografie, manifesti e memoriali ricordano un dolore ancora vivo, una ferita che continua a segnare la società israeliana. È anche per questo che, per molti, immaginare un futuro oltre il conflitto resta difficile: la guerra non è soltanto un tema del dibattito politico o delle cronache, ma una realtà che continua a permeare la quotidianità della società israeliana.
