Home GiornaleMons. Paglia: “Europa politica e unita, decisivo il ruolo dei cristiani”. Intervista

Mons. Paglia: “Europa politica e unita, decisivo il ruolo dei cristiani”. Intervista

Dalla crisi del Vecchio Continente alla necessità di un nuovo umanesimo politico. Mons. Vincenzo Paglia richiama i cristiani alla responsabilità pubblica: ritrovare lo spirito del dopoguerra per costruire un’Europa federale, solidale e capace di visione.

Un nuovo progetto per il rilancio di unEuropa veramente e credibilmente federalista. Qual è, al riguardo, lapporto politico e progettuale dei cattolici italiani?

C’è bisogno di riprendere lo spirito creativo del secondo dopoguerra, quando alcuni intellettuali, appartenenti a fedi e culture diverse, traumatizzati da quanto stava accadendo — la seconda guerra mondiale, i totalitarismi, la Shoah — si riunirono a Camaldoli, a Ventotene e altrove per immaginare il nuovo futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Fu quell’orizzonte culturale che permise in Italia di scrivere assieme la Costituzione, all’Europa di compiere il primo passo per l’unione e al mondo di delineare un nuovo assetto internazionale. Il cristianesimo che ha ispirato l’Europa nella prospettiva planetaria è forse il solo che può rianimarla dal ripiegamento nel quale è precipitata: ormai una realtà senza più sogni — qualcuno dice anche senz’anima — e rassegnata a frammentarsi.

Il cristianesimo europeo può — anzi deve — ridarle vigore per liberarla dalla prigionia dell’Io e suscitare uno spirito “generativo” che faccia esistere ciò che ancora non c’è, realizzandolo anche in forme organizzative e istituzionali. Come non essere preoccupati del fatto che più del 50% dei cittadini europei non sono andati a votare?

C’è bisogno di una creatività nuova. Anche e soprattutto sul piano politico. Vanno avviati progetti di cambiamento, coinvolgendo soprattutto le nuove generazioni perché siano protagoniste di un nuovo modo di vedere, di immaginare, di vivere.

Viviamo in un contesto segnato dallirrompere del diritto della forza. LEuropa, anche in questo contesto, può e deve giocare un ruolo politico decisivo. Quali sono le linee di fondo che possono ispirarla?

Quello che stiamo vivendo è un momento opportuno per attivare un’iniziativa. Non perché l’orizzonte che abbiamo davanti sia chiaro. Tutt’altro. Al contrario. È davvero buio.

È crollata l’architettura che per 80 anni ha guidato gli equilibri del pianeta e ci troviamo nell’età della forza economica, tecnica e militare più che in quella del diritto e del dialogo.

L’Europa che in questi 80 anni, a parte il conflitto balcanico, ha vissuto in pace ispirando nel mondo visioni universalistiche, ha il dovere di ritrovare il suo posto riproponendo una visione che unisca i popoli della terra. L’Europa, infatti, può offrire una linfa univoca ai popoli della terra.

Il cristianesimo può scaldare nuovamente l’anima dell’Europa perché riscopra la passione per la sua missione universale. I popoli della terra vanno aiutati ad abbandonare la logica della forza militare come guida nelle relazioni internazionali.

I cristiani europei — le Chiese europee nelle diverse forme organizzative — debbono appassionarsi di nuovo a un’Europa dal cuore e dai pensieri universali. Non più a un’Europa chiusa in se stessa come una ridotta dentro la quale difendere un cristianesimo identitario, minoritario e residuale.

C’è bisogno, invece, di un’Europa che abbracci un nuovo umanesimo ispirato al cristianesimo sociale. Un’Europa sostenibile, federale e plurale, soggetto politico ed emotivo, con una struttura di governo multilivello basata su una chiara separazione dei poteri e una legittimazione democratica autentica.

Ma prima ancora di una riforma istituzionale, l’Europa federale deve essere sentita: diventare emozione collettiva, passione civica, desiderio di futuro condiviso. Serve un nuovo immaginario politico europeo capace di unire popoli, culture e visioni nel segno di una sovranità condivisa e cooperativa.

Il convegno che si è svolto nei giorni scorsi a Roma, al Campidoglio, sullapporto dei cristiani per una nuova Europa non potrà non avere anche una ricaduta politica. Quali sono i prossimi passaggi operativi per dare seguito a questo progetto?

Le pagine e le proposte che abbiamo presentato al recente convegno del Campidoglio non possono esaurirsi all’interno di un dibattito. Semmai vogliono invitare i cristiani europei — e chiunque voglia impegnarsi — a vivere questo passaggio della storia come un tempo opportuno per avviare un nuovo umanesimo.

Siamo convinti che il cristianesimo europeo debba ritrovare la sua missione proattiva e profetica. Va chiusa la fase delle lamentazioni. Semmai confessiamo un po’ di vergogna per questa lagna — anche quella triste e sterile tra conservatori e progressisti — che ci sta rendendo litigiosi e inerti al tempo stesso.

Il Vangelo spinge a una nuova creatività. La Chiesa europea deve diventare un soggetto che guarda e spera un futuro nuovo per tutti. Ci guardiamo troppo e troppo ci preoccupiamo di come siamo guardati.

Mi chiedo dunque: cosa aspettiamo noi cattolici, noi cristiani per la ripresa di una politica europea adeguata all’umanesimo spirituale di cui il mondo ha bisogno?

Le politiche prevalenti appaiono sempre più polarizzate sull’umanesimo materiale della collettività. E questo, in Europa, significa — oltre che riduzionismo etico della convivenza civile — anche un’ottusa difesa del privilegio accumulato attraverso i decenni della governance democratica.

Il convegno che abbiamo recentemente organizzato vuole essere una spinta ad intraprendere una nuova strada per rilanciare le radici ideali, culturali, valoriali, spirituali e politiche della nuova Europa.