Il Partito democratico ha cambiato pelle. Politica, culturale, valoriale e forse anche sociale. È un dato che, ormai, non fa neanche più notizia perché, appunto, è un fatto oggettivo. E, al riguardo, non possiamo non dare atto a Elly Schlein di avere compiuto una mutazione quasi genetica di quel partito. Del resto, in perfetta coerenza con il programma che aveva annunciato durante la sua candidatura alle famose primarie del partito.
Il Pd che cambia pelle
In sintesi, da partito di centro sinistra a partito che rappresenta autenticamente, organicamente e compiutamente il pensiero, la storia e la cultura della sinistra italiana. Non a caso, c’è una perfetta sintonia culturale e valoriale con le altre sinistre della coalizione progressista. Anche se, come ha dimostrato concretamente il dibattito di questi giorni in Parlamento sulla politica estera del nostro Paese, il partito populista dei 5 stelle continua ad essere fedele alle sue origini politiche e subculturali e non assimilabile affatto allo storico profilo di governo del Partito democratico.
L’intelligenza politica di Franceschini
Detto questo, per onestà intellettuale non possiamo però, al contempo, non sottolineare che all’interno del Pd esistono figure e leader che, con rara intelligenza e spiccata saggezza, riescono a condizionare il progetto dell’intero partito.
Tra questi, e lo dico senza alcuna piaggeria, non possiamo non annoverare Dario Franceschini. Un fatto che prescinde anche dall’essere un riconosciuto leader del cattolicesimo democratico italiano.
Un leader che, a differenza di molte altre comparse, non interviene a qualsiasi ora e in qualsiasi momento sulle vicende interne al Pd o della politica italiana nel suo complesso. Ma quando interviene, o a mezzo stampa o nei dibattiti pubblici, di norma orienta, condiziona e individua la traiettoria cui l’intero partito dovrebbe poi ispirarsi.
La lezione del cattolicesimo democratico
Potremmo dire, citando un antico e sempre efficace slogan di Pietro Scoppola, che Franceschini interpreta alla perfezione la capacità di saper legare in una sintesi armonica ed efficace “la cultura del comportamento” con “la cultura del progetto”.
Comportamento e progetto che qualificavano i grandi leader e statisti della Democrazia cristiana del passato. Comportamento e progetto che nobilitano i pochissimi leader rimasti nell’attuale stagione politica italiana.
Una stagione sempre più dominata da un “presentismo” privo di respiro ideale, culturale e progettuale da un lato e, dall’altro, da un interventismo frutto e conseguenza di un populismo mai domato e di un pressappochismo politico e di governo che è persino troppo facile da descrivere e da illustrare.
Autorevolezza e qualità della politica
Ecco perché, proprio all’interno di questa cornice specifica e particolare, il ruolo di un leader politico come Dario Franceschini è destinato a giganteggiare.
Certo, tutto ciò non nasce per caso o perché è il frutto e il prodotto del destino. In questo caso né cinico né baro. Semmai, e al contrario, è la conseguenza di quello che la miglior stagione della prima Repubblica ha coltivato e trasmesso alla cosiddetta seconda Repubblica.
Ed è anche per queste ragioni, semplici ma oggettive, che la politica italiana avrebbe solo da guadagnarci se la sua classe dirigente continuasse ad ispirarsi a quel metodo e anche, e soprattutto, a quel merito.
Cioè ad uno stile che si caratterizza per la sua sobrietà ma anche per la sua correttezza nel confronto con gli altri e, al contempo, per il suo contenuto che non è quasi mai legato alla sola contingenza ma contiene la forza e coltiva l’ambizione di guardare al futuro per essere in grado di governare il domani.
Questo è, semplicemente, Dario Franceschini nel Pd e fuori dal Pd. Questo è, in sintesi, quello che comunemente definiamo come autorevolezza della classe dirigente, credibilità del progetto, nobiltà della politica e, infine, qualità della democrazia.
