Il viaggio di papa Leone in Libano e in Turchia, lo sappiamo, ha un notevole significato pastorale e un valore simbolico formidabile. Proprio a Nicea, nel 325, il cristianesimo prendeva una forma più precisa. Prender forma vuol dire anche definire, definirsi e, dunque, porre dei confini, magari provvisori. Il compianto pastore metodista Sergio Aquilante, grazie a cui mi sono accostato alla Bibbia, parlava a volte, anche per rispondere alle domande che gli rivolgevo copiose, del Concilio di Nicea-Costantinopoli. Sì, perché il Concilio ecumenico di Costantinopoli (381) completava il precedente. Non a caso, ci si riferisce al Credo niceno-costantinopolitano.
A esso fanno riferimento le principali tradizioni cristiane, d’Oriente e d’Occidente, pur con una varietà di letture e di sensibilità; e pur ponendo esso dilemmi che avrebbero conosciuto una lunga, millenaria gestazione.
Dogma: confine o custodia dell’essenziale?
La mentalità contemporanea tende a guardare con diffidenza al concetto stesso di dogma, inteso come l’unica opinione vera e valida. Proprio quello che il filosofo Salvatore Veca definiva lo spazio pubblico cacofonico odierno, con le sue mille e mille voci e i suoi miliardi di cinguettii telematici, tuttavia, ci aiuta a comprendere l’importanza di porre dei punti fermi.
Fin dai primi secoli della nostra era fiorirono interpretazioni differenti e non di rado radicalmente contrastanti delle Scritture e della tradizione stessa. Come non disperdere alcuni “nuclei di verità”, alcune strutture portanti, alcuni passaggi essenziali della fede? Il rischio che si smarrissero in mille rivoli era fortissimo; il rischio, dunque, della perdita e della dissipazione.
Pluralità e identità: la sfida della continuità
Quei “dogmi”, cioè, non andrebbero intesi come monoliti; il pericolo non è nella diversità o nella pluralità in sé, costitutive, al contrario, del messaggio cristiano (si guardi, tra l’altro, all’Antico e al Nuovo Testamento o ai quattro Vangeli), bensì, appunto, nel perder l’essenziale e, di conseguenza, nel perdersi.
Si pensi, al giorno d’oggi, al bisogno di discernere fra le notizie e le fake news. Ecco, anche i secoli e i millenni che ci hanno preceduto conoscevano le loro fake news, i loro rumors, le maldicenze e tanti altri motivi di confusione. Da quella Babele di stimoli e controstimoli alcuni elementi andavano preservati, protetti, magari semplicemente rispetto al fluire del tempo e all’oblio. Senza con ciò impedire o ingessare il dibattito e il confronto, sale e lievito della fede e della nostra comune umanità.

