L’agenda politica come leva di potere
Come tutti ben sappiamo, e da sempre, in politica conta chi detta l’agenda politica. E programmatica.
Al di là e al di fuori della stessa forza numerica ed elettorale. Basti pensare ad alcune correnti, come ad esempio alla sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin nella Dc dove, malgrado la sua percentuale largamente minoritaria all’interno del partito, riusciva a condizionare la costruzione del progetto complessivo del partito. O all’esperienza del Ppi di Franco Marini e altri dirigenti Popolari dell’epoca che parteciparono attivamente all’elaborazione del progetto della coalizione di centro sinistra al di là, appunto, della forza numerica del partito.
E gli esempi si potrebbero, come ovvio, moltiplicare. Perchè nella politica, come quasi sempre capita anche se viviamo in un contesto post ideologico e a volte, purtroppo, anche post politico, il “potere delle idee”, come lo chiamava sarcasticamente Sandro Fontana, continua ad essere non una variabile indipendente ai fini della credibilità e della levatura della classe dirigente. Politica d amministrativa. A livello locale come a livello nazionale.
Oggi: dove può incidere il Centro?
Ora, e per venire all’oggi, c’è un aspetto che non possiamo non evidenziare. E cioè, dov’è possibile per chi crede nel progetto di un Centro riformista e di governo, plurale e autenticamente democratico e soprattutto per chi vuole praticare una credibile “politica di centro”, riuscire a dettare l’agenda politica? Pur non essendoci più quel ”potere delle idee” che ha caratterizzato larga parte delle classi dirigenti dei partiti della prima repubblica.
Tuttavia, al netto del cambiamento profondo della geografia politica italiana, è indubbio che si tratta di un’impresa quasi impossibile nel campo dell’attuale sinistra italiana. Per ragioni obiettive se non addirittura oggettive, come è ovvio per chiunque non sia accecato dall’ipocrisia o dalla propaganda. E questo perchè gli azionisti di maggioranza di quel campo sono semplicemente riconducibili alle diverse espressioni della sinistra italiana: da quella radicale a quella massimalista, da quella populista a quella estremista, da quella ideologica a quella classista e pan sindacale.
Per il resto, come si suol dire, c’è posto solo in tribuna per osservare la partita.
Nel centro destra l’agenda è chiusa
Nel campo avverso del centro destra, l’indubbia ed altrettanto oggettiva leadership politica, carismatica e di governo di Giorgia Meloni è talmente forte e palese che gli altri contributi politici e culturali sono certamente importanti ma drasticamente ininfluenti ai fini della concreta possibilità di condizionare il progetto politico complessivo della coalizione alternativa alla sinistra. Chi sostiene il contrario sa di dire una cosa non vera e neanche oggettiva.
Rileggere il “Patto per l’Italia”
Forse, e sempre restando sull’importanza di dettare l’agenda politica per quanto riguarda il progetto di un Centro riformista e di governo, forse è arrivato il momento di rileggere e riscoprire l’iniziativa di quel “Patto per l’Italia” elaborato nel lontano 1994 da Franco Marini, Mino Martinazzoli, Mario Segni e molti altri leader politici dell’epoca che ebbero il coraggio e l’intelligenza di costruire un autentico “polo di centro” che poi fu decisivo nelle elezioni successive.
Un “Patto” culturalmente plurale, politicamente riformista e socialmente avanzato che oggi dovrebbe avere anche il compito di mettere in discussione quel bipolarismo selvaggio e quella radicalizzazione del conflitto politico che sono all’origine della crisi della politica contemporanea e, forse, anche di un sempre più inquietante astensionismo elettorale.
Ecco perché il progetto di Carlo Calenda se adeguatamente costruito e radicato nei territori potrebbe essere una ghiotta occasione per far sì che il Centro riformista e di governo ritorni a dettare l’agenda politica.

