Tommaso d’Aquino a suo agio tra i miliardari. Nella società attuale in cui mai come prima, non solo nei fatti particolari ma anche nelle teorizzazioni generali, la libertà viene confusa con la licenza, accade che le parole di un gruppo di super ricchi facciano ripensare alle riflessioni del santo che 160 anni fa veniva iscritto, quale «primo della lista in ordine di importanza», nel volume Gli scrittori politici italiani dello storico e politico Giuseppe Ferrari, anche se socialista con fama anticlericale. Sembra interessante, dunque, prendere spunto dalla lettera aperta che quasi 400 milionari di 24 Paesi hanno inviato ai leader riuniti a Davos poche settimane fa per rileggere, oltre a tutti i pronunciamenti sulla Dottrina sociale dei Papi di età moderna, le parole del frate domenicano teologo, filosofo, giurista tra i più influenti della storia occidentale. Lo facciamo con padre Giovanni Calcara, dello stesso Ordine dei Predicatori di san Domenico.
«Quando anche i milionari, come noi, riconoscono che la ricchezza estrema va a detrimento di tutti gli altri non c’è dubbio che la società stia pericolosamente vacillando sull’orlo del precipizio». Così scrivono alcuni dei più facoltosi al mondo — tra cui Mark Ruffalo, Brian Eno e Abigail Disney —, chiedendo un aumento della tassazione sui redditi più abbienti. Inoltre, il sondaggio tra 3.900 milionari dei Paesi del G20, pubblicato negli stessi giorni da Oxfam, rivela che circa l’80 per cento di loro denuncia «l’eccessiva influenza politica dei super-ricchi».
Il pensiero va, tra tante possibili citazioni, al giudice della Corte Suprema statunitense Louis Brandeis che agli inizi del secolo scorso sottolineava come la concentrazione di ricchezza in poche mani, plutocrazia, porti inevitabilmente alla concentrazione del potere politico e all’erosione della parità di diritti e della sovranità popolare. «Possiamo avere una democrazia oppure una ricchezza concentrata in poche mani, ma non possiamo avere entrambe le cose» è la frase che gli viene attribuita. Con la definizione di «pericoloso perché incorruttibile». I fatti raccontano che considerazioni simili sono cadute nel vuoto.
Ai nostri giorni però è interessante constatare che sembra farsi breccia tra i più facoltosi la consapevolezza dell’insostenibilità di un sistema in cui nell’ultimo decennio si è triplicato il portafoglio dell’un per cento della popolazione che da anni sappiamo che detiene la ricchezza pari al restante 99 per cento. Peccato che oltre all’incertezza politica mondiale, e quindi economica, che spaventa oggi alcuni settori, ci siano anche guerre, povertà e disastri ambientali che da tempo rappresentano l’evidenza più drammatica di una insensata gestione delle risorse.
Nel bagaglio culturale dell’Occidente non mancano considerazioni appropriate. Padre Calcara cita le parole con cui san Tommaso d’Aquino spiega che si impone un limite all’avere, in base alla natura stessa del superfluo e al diritto naturale della destinazione universale dei beni: «Le cose inferiori sono ordinate a sovvenire alle necessità degli uomini… perciò le cose che alcuni hanno in sovrappiù, per diritto naturale sono destinate al mantenimento dei poveri». Sembrerebbe facile — commenta il domenicano — stabilire con san Tommaso quale sia il ruolo dello Stato in questo campo e quello della comunità per poter assicurare a tutti il «bene vivere» ed evitare quella sperequazione che è causa di rovina per i popoli e per le nazioni.
Si suggerisce, poi, un salto ulteriore. Oltre ad una diversa “distribuzione”, infatti, serve una più sana impostazione concettuale. Padre Calcara ci richiama ad una precisa focalizzazione: «La dottrina sociale di san Tommaso, come quella della Chiesa, ha come oggetto o soggetto, non la società ma l’uomo che vive in società tessendo rapporti con i suoi simili». Insomma, l’ente sociale esiste, senza dubbio, ma è una relazione, non una realtà organica o quasi un corpo a sé stante. Dunque, si dovrebbero pensare le persone per il bene comune e non per la società, o tantomeno per lo Stato concepito come persona fisica o come potere.
In un momento storico di svilimento del concetto di persona, di esibizioni autoritaristiche, di multipolarismi spacciati per multilateralismo, questa affermazione fa molto riflettere. E padre Calcara ne chiarisce ancora meglio la portata affermando che «un pilastro fondamentale dell’antropologia di san Tommaso consiste nel rispetto profondo per la dignità e la libertà dell’uomo che — sottolinea — elude ogni concezione totalitaria che riduca la società ad un amalgama di individui considerati e trattati come semplici parti dello Stato, e anche ogni concezione teocratica che subordini la loro presenza nella società, il loro lavoro, la loro stessa esistenza alle esigenze della produzione, all’efficienza». Per san Tommaso tutto è subordinato alle esigenze del bene comune nelle relazioni sociali e le leggi che impongono oneri ai cittadini per il bene comune, sono giuste e obbligano in coscienza.
L’idea è che il bene della collettività e il fine della persona in un certo senso si identifichino, perché l’uomo trova nel bene comune l’espansione piena della sua personalità. E troviamo indicazioni precise anche in tema di proprietà: per san Tommaso i beni della terra appartengono a tutto il genere umano, e sono a disposizione di tutti, ma l’amministrazione dei beni posseduti non è necessariamente comune, anzi di norma la proprietà privata è necessaria per assicurare un buon uso e una possibile distribuzione dei beni.
Padre Calcara precisa: «Il diritto alla proprietà però non è assoluto ma relativo al diritto alla vita; non è primario, ma secondario e accessorio per rispetto alla legge naturale». Qui arriva il punto dolente. Per il credente è il rapporto con Dio che fonda la supremazia della persona libera e responsabile su tutte le strutture della società, ma è evidente che bisogna convenire sul valore della vita e su quello della legge naturale, piuttosto che minarlo alle fondamenta.
Si capisce, dunque, come le parole di san Tommaso richiamino ad un dibattito sui valori dell’uomo e dell’umano, tra credenti e non credenti, peraltro anche in considerazione delle intelligenze artificiali. Tra le menzogne e le paure di questo tempo, c’è il rischio che si spacci per ordine nel caos un approccio che non tenga presente presupposti come questi, da non dare più per scontati.
Fonte: L’Osservatore Romano – 5 febbraio 2026
Titolo originale: Percentuali di consapevolezza
