Per una volta sarebbe il caso di chiedere a Giorgia Meloni il contrario di quel che le si chiede abitualmente e cioè di non tenersi in bilico, sul filo dell’equilibrio, incline al compromesso. Quindi, di non barcamenarsi, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, ma, all’opposto, di prendere una posizione forte, risoluta, priva di ogni ambiguità e ogni incertezza.
Il nodo Trump e la politica estrema
Si tratta ovviamente di decidere il da farsi con Donald Trump e con la sua politica estrema (vedi da ultimo alla voce Minneapolis). Finora Meloni ha camminato sul filo: ha risposto a tono quando proprio non poteva farne a meno, ma ha evitato per quanto possibile di finire in fuori gioco, attestandosi su di una linea più nitidamente critica.
Il doppio registro diplomatico
Giocando diplomaticamente sui due registri, ha voluto difendere la memoria dei soldati italiani dileggiati dal tycoon, salvo dichiarare un attimo dopo di sperare che il tycoon sia insignito di quel premio Nobel che fa parte dei suoi più tenaci deliri.
Ora però questo bilanciamento comincia a non avere né un senso né una ragione.
Da parte della Casa Bianca c’è ormai una tale presa di distanza dall’antica politica atlantica che ogni concessione diplomatica, ogni ammiccamento complice, ogni gesto di apparente cortesia rischia di lasciarsi dietro una scia di equivoci da cui converrebbe invece tenersi al riparo.
Amicizia sì, equivoci no
Gli Stati Uniti restano un paese amico, certo. Ma l’interpretazione che Trump sta dando della nostra amicizia e il suo modo di interpretare la pace e la democrazia sono lontane mille miglia dal sentimento politico del nostro Paese.
Sarebbe il caso che Meloni trovasse il modo di dirglielo. Senza ambiguità.
Fonte: La Voce del Popolo – 29 gennaio 2026 [Testo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]
