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Oltre i muri. Contro i miti della differenza

Una riflessione sul libro di Antonio Leone mostra come il pregiudizio non nasca dalla natura ma da confini socialmente costruiti. La differenza non è un difetto da correggere, ma una risorsa della convivenza.

Il pregiudizio come costruzione sociale

Il testo di Antonio Leone, 99,9% uguali. La cultura che ci unisce, le illusioni che ci dividono (Youcanprint, 2025, pp. 226, euro 20,90), è un volume divulgativo sorretto da una chiara ambizione culturale e civile. Il punto di partenza è netto: il DNA umano coincide per il 99,9%. Su questo dato l’autore costruisce un ragionamento semplice ma incisivo: se la matrice biologica comune è così evidente, le gerarchie fondate su colore della pelle, fede religiosa, genere, provenienza geografica o altre appartenenze identitarie rivelano tutta la loro fragilità simbolica, prima ancora che scientifica.

Proprio lo 0,1% di differenza, infatti, non legittima alcuna discriminazione: rinvia piuttosto alla pluralità costitutiva dell’umano, che ogni società è chiamata a riconoscere senza tradurla in stigma, esclusione o disuguaglianza.

La differenza è una risorsa sociale e relazionale

Il merito sociologico del testo sta nel mostrare che la discriminazione non nasce dalla natura, ma da confini socialmente costruiti e poi trasformati in gerarchie. Leone attraversa diverse forme di esclusione — colore della pelle, religione, genere, provenienza geografica, identità personale — evidenziando come la differenza venga convertita in stigma. Anche il fanatismo sportivo lo conferma: quando l’appartenenza si irrigidisce, il legame degenera in ostilità.

Particolarmente efficaci sono i passaggi in cui il libro evoca figure come Leonardo da Vinci, Alan Turing, Oscar Wilde, Virginia Woolf e Alexander von Humboldt. Non si tratta di semplici riferimenti, ma di strumenti di lettura: rendono evidente come i dispositivi del pregiudizio possano colpire anche soggetti dotati di straordinario capitale intellettuale, creativo e morale. Su questo sfondo emergono anche Turing, Nelson Mandela e Martin Luther King, assunti come snodi emblematici di processi storici in cui esclusione e svalutazione simbolica hanno agito come forme di contenimento sociale.

Il pregiudizio può colpire la scienza

Il testo ricorda così che il pregiudizio non investe soltanto i gruppi marginali, ma può colpire la ricerca scientifica, la produzione culturale, l’elaborazione civile e la stessa lotta per i diritti.

Sul piano della discriminazione razziale, il riferimento a Billie Holiday è tra i più riusciti. La grande voce del jazz viene assunta come emblema di un’arte che non intrattiene soltanto, ma denuncia, espone, resiste. È una scelta felice, perché restituisce come il razzismo non sia stato solo violenza materiale o istituzionale, ma anche una ferita inferta al linguaggio, alla memoria e all’immaginario.

Uno dei punti più forti del libro è il nesso tra conoscenza e convivenza. L’odio, infatti, non nasce solo dall’ignoranza, ma anche da narrazioni pubbliche distorte, paure indotte e semplificazioni. Per questo scuola, cultura e sapere scientifico sono indicati come strumenti decisivi contro le logiche discriminatorie. Ne emerge anche una critica netta alla pseudo-cultura contemporanea: disporre di più informazioni non significa capire di più.

Biografia, esperienza e responsabilità pubblica

A dare consistenza al testo è anche una sobria traccia autobiografica. Leone, nato a Bitonto nel 1937, richiama un contesto ancora segnato dal fascismo e da rigide gerarchie sociali. Da un lato emerge la discriminazione di genere osservata nella vicenda materna; dall’altro, negli anni del trasferimento a Torino per studiare al Politecnico, affiora il pregiudizio contro i meridionali.

La diffidenza, gli stereotipi e perfino gli annunci immobiliari che escludevano i “terroni” rendono evidente come l’esclusione agisca attraverso codici sociali e pratiche ordinarie. Il tema, così, smette di essere un concetto e diventa carne sociale.

Una lunga esperienza internazionale

Ad accrescere l’autorevolezza del volume contribuisce anche il profilo di Antonio Leone, segnato da una lunga esperienza internazionale nei settori biotech, medicale e dell’innovazione d’impresa. Questa traiettoria, maturata tra Europa, Stati Uniti e Giappone, si intreccia con il richiamo a protagonisti decisivi della scienza contemporanea, da Francis Crick a Rita Levi-Montalcini, fino a Rosalind Franklin, il cui contributo alla ricerca sul DNA fu a lungo oscurato dentro assetti accademici segnati da evidenti asimmetrie di genere.

Ne risulta un testo chiaro e ben costruito, che non si limita a denunciare l’intolleranza, ma ne mette a fuoco le matrici profonde. Ed è proprio qui che il libro trova la sua forza maggiore: ricordare che la discriminazione non è un residuo del passato, ma un dispositivo che si rigenera ogni volta che una differenza viene tradotta in gerarchia.