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giovedì, 8 Gennaio, 2026
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Giubileo, oltre il varco

Ieri si è chiusa l’ultima Porta Santa: la speranza resta, invisibile e potente, pronta a guidarci attraverso il quotidiano.

Ci sono gesti carichi di secoli di senso che oggi passano senza lasciare traccia. La chiusura della Porta Santa è uno di questi.

Ieri, 6 gennaio, a San Pietro si è chiusa l’ultima Porta del Giubileo. Un atto previsto, compiuto secondo il rito, registrato e subito archiviato. Non perché il gesto sia vuoto, ma perché siamo diventati poco permeabili ai segni. Li attraversiamo senza lasciarci attraversare. Anche la speranza, tema del Giubileo, rischia di ridursi a una parola sublime, ma incapace di ferire.

La speranza, invece, è una virtù teologale perché nasce da Dio e orienta l’uomo verso ciò che non possiede ancora. Vive di una promessa, non di una previsione. Non coincide con l’attesa che le cose migliorino, ma con la fiducia che il senso non venga meno anche quando il tempo sembra contraddirlo.

La speranza non sospende il giudizio sul reale: lo attraversa. Non nega il buio, ma rifiuta che sia definitivo. È rivolta all’orizzonte ultimo della vita, all’adempimento delle promesse divine: una forza che apre lo sguardo al futuro escatologico pur vivendo nel presente. Senza di essa, la fede si irrigidisce e la carità si consuma.

La Porta Santa si è chiusa. Ma la questione decisiva non è il rito concluso, bensì la soglia interiore che resta da abitare. La speranza non lascia segni esteriori evidenti: cambia il modo di stare nel tempo, introduce una distanza critica dal presente, impedisce di assolutizzarlo.

Forse il Giubileo comincia ora, quando i segni tacciono e la speranza deve trovare dimora non nelle celebrazioni, ma nella fragilità concreta dell’esistenza. Qui, dove nulla è garantito, tutto resta aperto: il vero Giubileo inizia nel cuore di ciascuno.