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venerdì, 9 Gennaio, 2026
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Pacificazione, non rimozione: gli anni di piombo culminano nel dramma di Moro

Il richiamo di Giorgia Meloni alla pacificazione nazionale riapre una questione irrisolta: archiviare gli opposti estremismi senza cancellare responsabilità storiche, memorie scomode e il prezzo pagato dalla Dc.

Giorgia Meloni ha parlato, giustamente, della possibilità che sia arrivato il momento di favorire e promuovere una vera e propria “pacificazione” nel nostro Paese. Una pacificazione che, come ovvio, deve essere il frutto e la conseguenza di una precisa volontà politica, culturale e forse anche etica.

Lo ha fatto oggi la Presidente del Consiglio commentando un’aggressione a un gruppo di esponenti di Gioventù nazionale, alla vigilia dell’anniversario della strage di Acca Larentia, avvenuta nel gennaio 1978.

La pacificazione non è un artificio retorico

Per dirla con altri termini, la pacificazione è possibile solo se la deriva degli “opposti estremismi” viene definitivamente archiviata e storicizzata, e non riproposta sotto altre vesti. Ma questo può avvenire soltanto se la radicalizzazione della lotta politica, la polarizzazione ideologica quasi dogmatica delle rispettive posizioni e la voglia di annientamento e criminalizzazione politica del nemico non fanno più breccia.

Se questi continuano a essere i criteri che orientano il comportamento politico quotidiano di alcune forze politiche — tanto a destra quanto, soprattutto, a sinistra — è evidente che la stessa pacificazione si riduce a un richiamo ornamentale, del tutto ininfluente sulle dinamiche concrete che regolano la cittadella politica italiana.

Il prezzo più alto pagato dal centro politico: la Dc

C’è però un aspetto che merita di essere ulteriormente ricordato quando si parla, e giustamente, di pacificazione. Ed è quello di non dimenticare chi ha pagato storicamente il prezzo più alto di quella violenta contrapposizione ideologica.

Se vogliamo essere intellettualmente onesti, quel prezzo non lo hanno pagato né la sinistra comunista né la destra ex o post fascista. Lo ha pagato il Centro politico, il partito della Democrazia Cristiana e la classe dirigente cattolico-popolare del nostro Paese. È persino superfluo richiamare il dramma di Aldo Moro per averne la conferma storica, politica, culturale e umana.

Una strada ancora tutta in salita

Purtroppo, spiace registrare che ancora oggi questa pacificazione appare una strada tutta in salita. Non sono certo Fratoianni, Bonelli, Conte, Landini, Salvini o Vannacci le figure più adeguate per centrare un obiettivo che resta la precondizione essenziale di una vera e credibile democrazia dell’alternanza nel nostro Paese.

Ma se questa pacificazione non viene perseguita — o peggio, viene ostacolata — dalle solite e ormai antistoriche pregiudiziali politiche, ideologiche e personali, non dovremmo stupirci se il passato presenta il suo conto. Un conto salato e imprevedibile.

Il passato non scompare, in qualche modo si ripropone

Un passato che, come ovvio, non ritorna mai meccanicamente uguale a se stesso, ma è destinato a riproporsi sotto altre sembianze, con esiti che non sono minimamente programmabili.

Ed è per questa ragione che, quando si parla di pacificazione, abbiamo il dovere morale e politico — tutti — di non dimenticare il passato, evitando ogni rimozione qualunquistica, e al tempo stesso di mettere in campo un’iniziativa e un comportamento politico coerenti e lungimiranti rispetto a quell’enunciazione.

Altrimenti, purtroppo, si tratta soltanto di parole vuote e insignificanti.