Non sono mai stato in Canada e non avrei mai pensato che, un giorno, sarei stato indotto a sentirmi “canadese”.
Ebbene, dopo aver letto il discorso a Davos del premier Mark Carney, ho pensato: vorrei essere un canadese!
Un discorso di grande coraggio, visione, idealità e realismo. Un discorso dalla schiena dritta e dalla specchiata onestà intellettuale. Tutt’altro che velleitario o ideologico. Valoriale, piuttosto. E politico, con la P maiuscola.
La fine di un ordine e il rifiuto dell’adeguamento
Carney ha colto con lucidità il senso della “rottura” — così l’ha definita — nell’ordine internazionale: un ordine che non tornerà, ha detto. E da questa consapevolezza ha tratto una conseguenza netta, rifiutando la logica dell’adeguamento al nuovo assetto dei “bulli” della scena globale.
Al suo posto, ha proposto un ruolo attivo e inedito delle “medie potenze”, richiamandole alle loro responsabilità e alla necessità di investimenti seri in tecnologia e sistemi di difesa. Una prospettiva che va oltre gli schemi che l’America di Trump ha demolito e oltre quella che ha definito come una sorta di meschina rincorsa, da parte degli ex alleati di Washington, ad accaparrarsi il ruolo di portatori d’acqua della nuova postura americana, nella speranza — vana — di raccogliere qualche briciola di accondiscendenza.
Un discorso che manca all’Europa
Quanto vorrei che questo discorso fosse stato pronunciato dalla nostra Premier. E quanto vorrei che fosse questa la postura dell’Unione Europea.
Per ora, limitiamoci purtroppo a sentirci tutti canadesi.
