Dopo il referendum che fare?
Il referendum è finito con lo sguardo mesto degli sconfitti e con i tripudi dei vittoriosi. C’è da scommettere che per un bel po’ nessuno si azzarderà a ritoccare il filo spinato della giustizia. A ricaduta, ci sono state un po’ di dimissioni nel Governo per un profilo di opportunità che poteva anche essere avvertito con maggiore tempestività. Ci sarà una pausa appena, per ritemprarsi, per poi tornare allo scontro sulla legge elettorale e per le elezioni amministrative, e avanti così.
Più che un sentimento di riconciliazione o di produttiva convergenza sui punti possibili tra maggioranza e opposizione, la sensazione è che si continuerà con l’arte della bava alla bocca per mordere l’avversario sempre e comunque. Non si comprende bene se sull’esito referendario abbia prevalso il metodo induttivo che muove da un caso particolare per confezionare una teoria generale o se al contrario abbia prevalso il buon Aristotele che deduttivamente partiva da una premessa generale per giungere ad una conclusione particolare.
È stata Gaza, la guerra in Iran, la crisi del passaggio nello stretto di Hormuz, l’appassimento dell’ONU e chi più ne ha più ne metta a condizionare il voto sulla giustizia? O la difesa dello status quo della giustizia è stato, ma solo di rimando, un segnale anche per dire di una più generale protesta avverso un resto del mondo che non gira più come si vorrebbe?
Un appello ancora inascoltato
A casa nostra la politica della mano tesa all’altro non trova spazio, appena stendi la mano l’altro te la schiaffeggia se non riesci a ritrarle per tempo, memore del vecchio gioco delle “mani calde” o “rosse” che siano.
Le parole sono in servizio come lance piuttosto che tornare alla funzione di dialogo. Vocali e consonanti servono come pietre, rampini per assalire l’avversario piuttosto che per spiegarsi. La capacità di dirigersi verso il pensiero dell’altro, con l’ascolto che comunque merita, si è smarrita nel panorama politico nazionale. Del resto suona sempre di più facile immediatezza un andare incontro alla morte piuttosto che alla vita.
Tutti temono il “melting pot”, la possibilità di convivere pacificamente preferendosi insistere solo sulle differenze, un reclamo di identità di chi teme evidentemente di non averne mai abbastanza di robusta e definita, di chi è terrorizzato ad essere influenzato dall’altro potendone trovare semmai qualcosa di buono. Il metodo democratico suona di sconcezza, il confronto inteso come affronto. Nessuno che si curi di educare le nuove generazioni a qualcosa di diverso dalle risse attuali.
Aria di future battaglie
Il tutto potrebbe tradursi nella immagine del “Campo di grano con corvi” di Van Gogh. Il giallo del grano che primeggia è minacciato da corvi di morte sempre in agguato. Il grano di vita non è oggi che una grana da evitare. Nel pedagogico film “La notte di San Lorenzo” fascisti e partigiani si scontrano violentemente nei campi, nascosti tra i covoni, trucidandosi. Uno dei contendenti viene, in una trasposizione immaginaria, trafitto addirittura da una serie di giovellotti. Il commento musicale è il “Dies irae”, non roba da poco.
Il campo di grano della politica attuale assomiglia troppo spesso piuttosto ad un campo di guano, ma non tutto sarebbe per questo perduto. La speranza infatti è che il guano è un formidabile fertilizzante per raccolti migliori. Guai a noi se non fosse così. Anche De André su campo di grano ha avuto qualcosa da dire non proprio di elettrizzante.
Il frumento viene dal latino “frugimentum” che richiama il fruire, il godere di qualcosa, insomma un’accezione positiva della faccenda che potrebbe essere di sana ispirazione. La sua spiga è una punta che non ferisce ma produce ricchezza di futuro. Non è, dunque, la sfiga da cui guardarsi.
Anche la stampa ha la sua pesantissima responsabilità con titoli ad effetto e commenti marcati di ironico disprezzo verso questo o quello dei protagonisti in scena. La nave Concordia affondò con le vittime che sappiamo. Nel nostro paese salviamo l’ultimo briciolo di concordia ancora in campo prima che sia troppo tardi.
