PoliticaInsieme | La democrazia d’investitura costituisce una brutale semplificazione.

Pubblichiamo la seconda parte dell’intervento del prof. Balboni al seminario organizzato nei giorni scorsi da “Insieme”, il partito che recentemente ha stretto un patto di collaborazione con Tempi Nuovi.

[…]

Si è ripetuto in questi ultimi tempi che la proposta Meloni si porrebbe in un punto di mediazione tra eccessi del parlamentarismo e governabilità, ma essa risulta invece più estremista rispetto a quella del Presidenzialismo elettivo americano, perché ivi è rispettata rigorosamente la separazione dei poteri [Lo si vede attualmente, ogni giorno, dalla difficoltà che ha il Presidente Biden a far approvare dal Congresso – che alla Camera dei Rappresentanti ha una sia pur piccola maggioranza repubblicana – gli aiuti in armi all’Ucraina].

Infatti «il ddl. in esame si colloca al di fuori dei canoni ordinari che il costituzionalismo contemporaneo ha individuato come essenziali per la garanzia di democraticità del sistema e dei principi dello Stato di diritto» (ASTRID, Paper n. 93, Costituzione quale riforma? La proposta del Governo e la possibile alternativa, Passagli, ed. 2024).

Lo aveva espresso con icastica arguzia fiorentina il politologo prof. Sartori quando, scrivendo di Ingegneria costituzionale comparata, aveva sentenziato: «L’inserimento in un sistema parlamentare di un premier non rimuovibile eletto direttamente, è come mettere una pietra in un motore» [op. cit. VI ed. 2013, p. 131].

Detto ciò bastano adesso poche osservazioni sul tentativo della ultravolontaristica mediazione portata avanti da Libertà Eguale (Morando, Tonini e Ceccanti) e dalla Fondazione Magna Carta (Calderisi, Quagliariello e altri) che mira ad ottenere un testo condiviso, in quanto approvato dai 2/3 dei parlamentari, così da evitare il referendum costituzionale.

Su di esso, però, non tanto sul tentativo ma sulle premesse di queste avances, si è resa protagonista anche la ministra Casellati, che è andata al recente Seminario dove si discuteva sul da farsi, per ribadire che «dopo avere fatto tante concessioni all’altra parte [supposte concessioni dico io] resta però un punto ineludibile e non negoziabile, cioè l’elezione diretta del premier».

Ebbene se le cose stanno così, se il cuore della madre di tutte le riforme sta nell’elezione diretta della signora Meloni, allora il tavolo del negoziato non si apre neppure. Invece, se venisse rimossa questa pregiudiziale, si potrebbe intervenire a latere con poche modifiche mirate della Costituzione, che peraltro potrebbero essere veramente in numero minimo, anche perché gli elementi prevalenti sono senz’altro quelli di modifiche dell’assetto istituzionale con leggi ordinarie, a costituzione invariata.

Ma, insieme a ciò, si dovrebbe fare ben altro, mi riferisco a una profonda riscrittura della legge elettorale, vigente – il cosiddetto Rosatellum – così da eliminare tante storture presenti in questo momento: dalle liste bloccate alle pluricandidature. Penso all’opzione possibile per un maggioritario a doppio turno oppure per un proporzionale corretto, così da ottenere quanto è indispensabile per la governabilità, ma non di più, non eccessivamente su questo piano. A tale proposito sia la legge elettorale tedesca e la connessa sfiducia costruttiva, sia la legge elettorale spagnola potrebbero andare bene per il nostro caso.

Si tratterebbe poi di intervenire, finalmente, con una legge sui partiti politici, di attuazione dell’articolo 49 Costituzione, compresa la loro democratizzazione interna ed incluso il finanziamento pubblico, possibilmente contribuendo alle loro spese di funzionamento. Sarebbe un sostegno, neppure troppo indiretto, alla vita democratica.

Si potrebbe, anzi si dovrebbe intervenire e si deve intervenire sul bicameralismo perfetto e paritario, non nel modo incerto e confusionario del progetto Renzi, ma in altro e diverso e modo, tenuto conto anche di una necessaria rivitalizzazione delle autonomie regionali e locali e di una effettiva crescita dei principi di sussidiarietà e di solidarietà, ridando slancio anche al Terzo Settore e al protagonismo dei corpi sociali intermedi.

Si dovrebbe intervenire sui Regolamenti parlamentari, sullo statuto di garanzia per l’Opposizione, così come sulla disciplina dei decreti legge, maxi emendamenti e quant’altro. Ecco tutto questo si può fare con la legislazione ordinaria senza toccare la Costituzione e ricavando un beneficio di democraticità e di efficienza delle nostre istituzioni.

Da ultimo voglio terminare con due citazioni. La prima di Leopoldo Elia, nel testo prima citato, che dice così: «La nostra forma di governo può certo essere razionalizzata, ma non pervertita passando dalla delega ai vertici dei partiti, quale purtroppo c’è oggi, a quella illimitata ad un uomo o/a una donna soli; al contrario è necessario che la politica non sia sospesa, ma continui e perché con essa nessuno possa sottrarsi al principio di responsabilità» [Costituzione, una riforma sbagliata, cit., p. 367].

Da ultimo termino davvero con alcune riflessioni di una personalità importante, il cui nome vi dirò alla fine, e questo riguarda anche il punto toccato precedentemente del tentativo in corso di migliorare il testo e di addolcirlo in una seconda lettura. Ci ammonisce così questa autorità: «Alcuni esponenti della maggioranza parlamentare hanno affermato che il testo in via di approvazione verrà corretto o almeno migliorato, ma si tratta di un testo non migliorabile, che neppure si può correggere salvo una completa riscrittura estremamente difficile. I caratteri di fondo, il DNA, di questo testo sono identificabili in questi punti: un sistema di governo impraticabile, con forti rischi di paralisi istituzionale; un Primo ministro über alles; un significativo affievolimento del ruolo di arbitraggio del Presidente della Repubblica. Si tratta di caratteri che rendono il testo irrecuperabile, salvo a cancellare ogni cosa e a scriverlo daccapo, per intero.

Arrivo alla conclusione e che è questa: il testo così come oggi è, non è suscettibile di miglioramento. Si tratta di un testo il cui impianto è assolutamente da respingere. Va pertanto accolto il suggerimento di Leopoldo Elia volto a rappresentare alla pubblica opinione la gravità delle conseguenze di approvazione di questo testo. Non si tratta di un intento strumentale, perché realmente disastrosi sarebbero gli effetti di queste dissennate modifiche della Costituzione».

Adesso avrete la curiosità di sapere chi ha scritto parole così chiare e nette, tali da essere intitolate “Un testo dissennato e irrecuperabile”. L’autore che è stato da me fedelmente riportato si chiama Sergio Mattarella, (op. cit., pp. 213-215).

Concluderei dunque così: è opportuno – equum et salutare – restare nell’alveo della forma di governo parlamentare opportunamente razionalizzata e fondata sull’equilibrio tra i poteri, facendo tesoro delle migliori esperienze parlamentari dei Paesi europei, che non prevedono né l’elezione popolare né l’indicazione obbligatoria del Primo ministro.

 

Per saperne di più

https://www.politicainsieme.com/no-alla-democrazia-dinvestitura-di-enzo-balboni/