14.5 C
Roma
venerdì, 20 Febbraio, 2026
Home GiornalePompeo e l’America della decisione

Pompeo e l’America della decisione

“Mai un passo indietro” è il titolo del libro di Mike Pompeo. Memorie di potere e visione strategica: dal primo ciclo trumpiano al nuovo assetto globale. L’ex Segretario di Stato illumina le trasformazioni dell’Occidente.

Un memoir che è anche chiave geopolitica

Quello di Mike Pompeo – già capo della CIA e Segretario di Stato durante la prima presidenza di Donald Trump – non è solo il resoconto di un’esperienza personale intensa, straordinaria e apicale ai vertici dell’Amministrazione USA, ma è anche la cronaca di avvenimenti di politica interna ed estera, in quell’arco temporale in cui l’America ha vissuto un avvicendamento di indirizzo alla guida del Paese e una nuova strategia di posizionamento internazionale.

Molto di ciò che sta accadendo in questo secondo mandato presidenziale alla Casa Bianca è la deriva di un radicamento identitario rispolverato ed accentuato in quegli anni; ne è il conseguente sviluppo anche nella lettura delle scelte che si vanno configurando come sua naturale evoluzione. Inforcando quegli occhiali si può capire e spiegare come gli Stati Uniti stiano imprimendo una svolta nella politica interna, rispetto a temi come l’immigrazione e l’ordine pubblico, le spese militari e l’economia, oltre al rafforzamento della leadership americana nel concerto di un nuovo ordine mondiale come va posizionandosi: dall’interventismo nelle zone calde del pianeta ai rapporti commerciali e all’imposizione dei dazi, per finire con la messa in discussione delle alleanze storicamente consolidatesi nel secondo dopoguerra e nel tentativo di conferire un nuovo imprinting agli organismi internazionali, cominciando paradossalmente dalla messa in discussione dell’ONU e della NATO.

Europa sospesa tra memoria e progettualità

A partire dal progressivo disimpegno dalla guerra in Ucraina, si legge oggi un fermo immagine diverso dell’Europa che sta cercando margini di interlocuzione, vivendo più di memoria che di progettualità: questo – per quanto ci riguarda – è il fatto nuovo che emerge oggi e che segna un cambio di strategia di Washington rispetto alle relazioni internazionali descritte da Mark Pompeo nel suo lungo saggio.

Senza se e senza ma viene da chiedersi in che modo oggi – rispetto al nuovo establishment dei Rubio e dei Vance – l’ex capo della CIA e soprattutto l’ex Segretario di Stato avrebbe condiviso un cambio di rotta così marcato. Per quanto ci riguarda, va attentamente considerato quanto lucidamente argomentato da Mario Draghi nella lectio magistralis tenuta all’Università Cattolica di Ku Leuven (Lovanio), in Belgio, in occasione del conferimento della laurea honoris causa: «L’ordine globale è defunto», sferzando una volta in più l’Europa: «Rischia di venire sottomessa, divisa e deindustrializzata: serve un federalismo pragmatico».

Stato e Nazione: la mentalità americana

Ma il libro di Mark Pompeo è un lungo e lucido riassunto che va contestualizzato agli anni a cui si riferisce, soprattutto perché diventa l’elegia di uno stile operoso e radicato nello svolgimento del duplice ruolo a cui era stato chiamato. Ne emerge una forza narrativa straordinaria, un carattere forte e volitivo, l’assolvimento di un dovere istituzionale che si traduce nell’interesse primario dello Stato e della Nazione: due concetti che spesso si confondono ma che Pompeo ha ben presenti e che esprimono una mentalità sui generis, alla quale noi europei non siamo forse coerenti e coesi.

“Mai un passo indietro” diventa una missione, un imperativo categorico a cui la politica che conosciamo non ci ha abituati, nel linguaggio, negli stilemi narrativi e nella coerenza dei comportamenti che ne derivano.

Il codice morale della diplomazia “made in USA”

Di umili origini, una lunga e impegnativa ‘gavetta’, il sapersi distinguere per doti che evocano non solo la passione ma anche un talento innato, la volizione e la tenacia di una motivazione che non viene mai meno, la capacità di misurarsi con i potenti della Terra senza deflettere in accomodanti genuflessioni, stringendo molte mani (non tutte odoravano d’incenso) e incontrando leader di latitudini geografiche e politiche diverse, ciò che Pompeo desidera si legga, si conosca e si comprenda è un codice morale e diplomatico che diventa lo specifico “made in USA” nelle relazioni internazionali.

Un amarcord politico tra valori e identità

Un amarcord condensato in una lunga e dettagliata narrazione nella quale l’autore di questo suo primo ed unico libro – nell’edizione italiana curata da Liberilibri – racconta fatti ed esprime sentimenti: una rievocazione appassionata e ispirata a valori di impegno, motivazione, tenacia, senso di appartenenza, amor di Patria, fede religiosa, attaccamento alla famiglia, determinazione nell’espletamento dei compiti istituzionali che gli erano stati assegnati, radicamento e immedesimazione nei ruoli ricoperti senza mai deflettere o compiere un passo indietro verso un ripensamento, una possibile soccombenza.

Preceduto da un brillante saggio introduttivo di Maurizio Molinari che coglie il senso più profondo di questa rievocazione fortemente caratterizzata in prima persona dall’autore – ciò che fa con una grande capacità di sintesi, da vero maestro del giornalismo, restando fedele alla connotazione del libro, anticipandone il filo conduttore e cogliendo nelle quasi 600 pagine gli spunti più caratterizzanti che anticipano la cronaca e la sua appassionata narrazione – il libro di Mike Pompeo offre al lettore l’opportunità di una rivisitazione di un periodo storico prodromico – nei fatti e nei personaggi – all’attualità dei temi e delle scelte più recenti dell’America a guida Trump nel suo secondo quadriennio di Presidenza.

Reduce dalla recente lettura di Occidente contro Occidente di Luigi Marco Bassani, presentato al pubblico dalla stessa casa editrice, colgo intuitivamente il senso di una continuità interpretativa nella sua lettura in fieri, considerando le dinamiche evolutive (o involutive, dipende dal punto di osservazione) che stanno caratterizzando il presente.

Da questa forte ed esplicita caratterizzazione americana a proporsi come riferimento di valori propri del mondo occidentale e, nello stesso tempo, come guida e guardiano regolatore di un ordine mondiale che va comunque composto e continuamente adattato all’evolversi degli eventi, emerge una distonia strategica rispetto all’Occidente che sta dall’altra sponda dell’Atlantico: la nostra, quella del cosiddetto “vecchio continente”. La prima ispirata a un solido e incalzante pragmatismo; la seconda più colta e ragionata, diplomatica e formale, incerta e attendista (mi ricorda una calzante metafora di Thomas Bernhard: «nella vita siamo spesso più impegnati a preparare che a fare»).

Così come la narrazione esposta da Pompeo mi fa venire in mente che c’è un tempo delle decisioni che non può essere rinviato, pena il languire della Storia nello scegliere di rinviare ciò che dignità e necessità invece impongono.

La “guerra dei cent’anni” diventa l’iconografia di un ritardo cronico rispetto alle decisioni da assumere: è stata nostra, europea, ed oggi diventa evocativa e negativamente dirimente.

Tutto orgoglio e amor di patria

Viene il tempo delle scelte e del coraggio anche per le democrazie, senza che ciò le trasformi in simulacri di tirannia. E leggendo questo libro – tutto orgoglio e amor di Patria – ricordo una frase di Winston Churchill passata alla Storia: «Potevano scegliere tra il disonore e la guerra; hanno scelto il disonore e avranno la guerra». Pronunciata alla Conferenza di Monaco del 1938, il leader britannico intendeva esprimersi con dura chiarezza contro le politiche di appeasement che immaginava avrebbero favorito e incoraggiato Hitler.

Sappiamo come andò a finire, con l’invasione tedesca della Polonia nel 1939. Se i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria valgono ancora, si tratta di eventi che – mutatis mutandis – potrebbero ripetersi.