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lunedì, 26 Gennaio, 2026
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Popolari, protagonisti o gregari?

Il coraggio come categoria politica collettiva. Tornare forza autonoma e riconoscibile nella politica italiana oppure accettare una marginalità subalterna, rinunciando a incidere su cultura, programmi e organizzazione collettiva nazionale.

Ci sono delle fasi nella politica dove è richiesta anche e soprattutto la categoria del coraggio. Certo, il “coraggio non si dà per decreto”. Come, del resto, neanche il carisma. O c’è o non c’è.

Ma questo riguarda prevalentemente il singolo o un singolo. Quando, invece, in gioco c’è il destino di una cultura, di una tradizione o, meglio ancora, di un pensiero, è di tutta evidenza che la posta in gioco cambia e diventa collettiva. E, nello specifico, è proprio il caso della presenza dei Popolari nella politica italiana.

Una storia nota, una domanda ancora aperta

Ora, è del tutto inutile, nonché improduttivo, ricordare seppur brevemente la storia dei Popolari dalla fine della Dc, avvenuta nel lontano 1993, in poi. Ovvero, ripercorrere le varie fasi che hanno scandito concretamente il percorso e il cammino dei Popolari nella vita politica italiana. La conosciamo tutti ed è, appunto, inutile soffermarsi.

Quello che, invece, merita di essere approfondito, è come pensiamo di essere ancora presenti nell’agone pubblico del nostro Paese.

Protagonisti o spettatori della politica

E cioè, si vuole ancora giocare una partita da protagonisti e quindi da titolari, o si accetta definitivamente ed irreversibilmente di guardarla dalla tribuna? Accampando, quindi e di conseguenza, solo e soltanto un “diritto di tribuna”.

Detto con parole più semplici e comprensibili, si vuole essere protagonisti o si vuole restare, ben che vada, gregari? Questo è, oggi, il vero nodo da sciogliere. Un nodo innanzitutto politico. Ma anche culturale, programmatico ed organizzativo. E se non viene affrontato e in qualche modo risolto, il destino dei Popolari pare essere abbastanza segnato.

Un sistema politico che si è riorganizzato

Anche perché non possiamo non registrare che le altre aree culturali si sono bene o male riorganizzate. Non ci vuole un sondaggista per ricordare che oggi la sinistra è presente in tutte le sue multiformi espressioni: da quella radicale a quella massimalista, da quella estremista a quella populista.

La destra, come noto a tutti, è saldamente presidiata ed organizzata: dalla destra sovranista e conservatrice a quella più estremista, reazionaria e populista. Lo stesso centro, seppur malconcio e balbettante, è presente nella vita politica del nostro Paese. E dietro ad ogni categoria politica esiste, seppur in modo più o meno approssimativo – anche per il tramonto delle tradizionali scuole di pensiero – una cultura politica.

L’assenza cattolico-popolare

Ed è proprio sotto questo versante che emerge in tutta la sua complessità, e gravità, la radicale assenza del pensiero, della cultura, della tradizione e della storia cattolico-popolare e cattolico-sociale. E, di conseguenza, la sua strutturale subalternità nei pochissimi partiti in cui quella cultura tenta di lanciare qualche timido ed impercettibile segnale.

Il bivio storico

Ed è per queste ragioni, semplici ma essenziali nonché oggettive, che ormai siamo arrivati ad un bivio. Ovvero, nel momento in cui – tra alti e bassi – la politica si riorganizza e ritornano con difficoltà e timidezze le antiche e tradizionali culture politiche, riviste e fortemente riattualizzate, è legittimo chiederci e chiedere se l’area e la cultura cattolico-popolare e sociale intende proseguire a guardare la partita dagli spalti.

Perché, se così fosse, dovremmo arrivare alla triste e mesta conclusione che solo il cattolicesimo popolare e sociale sarebbe, oggi, del tutto fuori luogo e fuori tempo nella dialettica politica contemporanea.

Battere un colpo

Una conclusione che, francamente, non avrebbe alcun senso e, soprattutto, alcun fondamento. Ma per invertire la rotta tocca solo a chi si riconosce in questo nobile e storico filone di pensiero battere un colpo. Non sono certamente gli avversari storici del popolarismo di ispirazione cristiana o i ricorrenti detrattori dell’esperienza cinquantennale della Dc e dei cattolici impegnati in politica i principali sostenitori del ritorno del cattolicesimo popolare e sociale nelle dinamiche concrete della politica italiana.