Non di rado essa è fonte di problemi più che di soluzioni e, per quanto come cittadini si possa immaginare di fare per cambiarla, resta pur sempre il luogo della rappresentazione simbolica del gap che separa teoria e realtà, idee e azioni, pensieri e comportamenti.
Nell’immaginario collettivo si sono sedimentati da tempo tre modelli di percezione della politica, tre modi di essere che corrispondono ad altrettanti modi di fare.
La politica come esercizio del potere
C’è innanzitutto una radicata e deteriore idea della politica come mero e consapevole luogo di esercizio del potere, una consuetudine alla quale sembra impossibile sottrarsi.
Forse è l’archetipo più frequente al quale siamo tristemente abituati, peraltro con somma desolazione: un universo fatto di mene, intrighi, consorterie, congreghe, al servizio degli interessi di parte e delle convenienze, autoreferenziale e lontano anni luce dalla quotidianità del popolo e della sua antropologia – un mondo che peraltro si arroga il diritto e il privilegio di rappresentare – con regole esoteriche che lo rendono incomprensibile e impenetrabile ai più.
La politica intesa come strumento di potere allontana i cittadini dalla vita democratica perché si regge su una concezione oligarchica e privatistica della vita della società e dello Stato.
Sovente i partiti sono assoggettati a queste prassi, dove vige la regola della “cordata”: se vuoi entrare a far parte di quel mondo devi legarti all’ultimo anello della catena, far voto di appartenenza e fedeltà, accettare la logica della spartizione e le incognite di giochi coinvolgenti e spesso – a posteriori – poco puliti, che allettano con carriere prodigiose e veloci conversioni sulle molteplici vie di Damasco.
Poiché questo modo di far politica non vive di autosussistenza ma è un contenitore entro cui convergono e si avvicendano nuovi soggetti, mi vien da pensare che il lato negativo che emerge sia il risultato di una sua sovrapposizione con i modelli sociali esistenti: in questo senso la politica esprime in modo quasi speculare i vizi e i difetti della società che finisce per rappresentare.
Il peccato originale di questa spirale autogenerativa è la carenza – di più, la mancanza assoluta – di senso civico e di etica del bene comune: questo spiega perché la “questione morale” – anche se in modo recondito, se non occulto – sia posizionata sempre al primo posto nella hit-parade delle urgenze cui mettere mano.
Quando la politica diventa spettacolo
La seconda idea della politica è la declinazione mediatica della politica-potere, la sua più deteriore spettacolarizzazione: è il vestito che porta, la parte che recita in commedia, la sua ostentazione di narcisismo e visibilità. Una debolezza cui è difficile sottrarsi e che ritrovo anche nei fermenti e nei modi di essere e di porsi dei cosiddetti movimenti nuovi.
La “politica-spettacolo” è la conferma del fatto che parole, azioni, comportamenti di coloro che la rappresentano la rendono più simile a una fiction che alla viva realtà, all’ordine naturale delle cose vissute.
Il luogo tipico-ideale dell’apparire più che dell’essere, sia che ciò avvenga nelle sedi istituzionali o in quelle virtuali: perché – da un po’ di tempo – sta prendendo campo e si diffonde un modo nuovo di far politica, fatto di frasi ad effetto, di “cinguettii”, di blog, di effetti speciali, di pose studiate, di forzature volute che usano parole e immagini per convincere, sorprendere, simulare e dissimulare la realtà.
In ciò muovendo e spostando impressioni ed opinioni, radicando linguaggi settari, utilizzando la retorica delle evidenze svincolate dall’onere della prova e dall’uso del pensiero critico, autonomo, libero.
La politica-spettacolo è un prodotto commerciale, un marketing che dà fatturato, una conventio ad excludendum che proietta sullo schermo nuovi modelli di protagonismo istintivo e virtuale: sarebbe interessante approfondire le modalità di reclutamento della classe dirigente, spesso pescata da fatti di cronaca non sempre nobili, da comparsate televisive, senza un minimo retroterra culturale.
Un tempo i capilista erano attinti nel mondo accademico, gente che scriveva libri e si presentava ai congressi con un progetto politico, un’idea di Stato e un modello di società: cavalli di razza di fronte ai molti ronzini attuali.
Per la politica-spettacolo attuale c’è spazio nelle piazze e sul web, ma anche nei cenacoli televisivi: luoghi solitamente celebrativi e lapidari, fintamente dialogici, dove impressiona chi la spara più grossa.
La politica come servizio al bene comune
E c’è – infine – un modo tipico-ideale di vivere e rappresentare la politica che viene tuttavia spesso evocato come una condizione di “dover essere” quasi aprioristicamente teoretica e irrealizzabile, affascinante ma lontana dalle nostre prassi.
È l’idea della politica come strumento per realizzare il bene comune e gli interessi condivisi, dove si respira il senso dello Stato e della gratuità dell’agire, un modello che vive sulla dedizione e si sorregge su una concezione etica della vita, della società e della persona.
La politica dei buoni esempi, dell’integrità morale e dell’attenzione alla vita degli altri.
Per realizzarla servono competenze e responsabilità, senso civico e umiltà, sobrietà nei comportamenti e negli stili di vita, un forte rinnovamento della classe dirigente, la valorizzazione delle persone in grado di esprimere esperienze di coerenza e di testimoniarle.
Una concezione popolare della politica nella quale in molti si ritrovano, ma che necessita di essere ripensata, rimodulata, agita.
Una campagna elettorale senza un disegno?
La campagna elettorale è iniziata tra le reciproche accuse e le inevitabili promesse: si ha come l’impressione di una vistosa assenza di consapevolezza rispetto alla contingenza epocale – fatta di derive incombenti e pericolose – e ad un disegno di ricomposizione di una società disorientata e dai destini incerti che nessuno riesce ad interpretare.

