HomeAskanewsPregliasco: in Italia il rischio per infezione da hantavirus è molto contenuto

Pregliasco: in Italia il rischio per infezione da hantavirus è molto contenuto

Roma, 10 mag. (askanews) – “L’episodio legato alla nave da crociera MV Hondius e alla turista deceduta in Sudafrica per infezione da Hantavirus dimostra come oggi il sistema di sorveglianza internazionale sia molto più attento e reattivo rispetto al passato. È importante però chiarire subito un punto fondamentale: non siamo di fronte, allo stato attuale delle conoscenze, a una nuova pandemia imminente o a un’emergenza sanitaria globale paragonabile a quella vissuta con il Covid-19”. Lo afferma in una nota Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva Università degli Studi di Milano La Statale, past president di ANPAS e vice presidente di Samaritan International.

“Gli Hantavirus sono virus conosciuti da decenni, presenti in varie aree del mondo e associati soprattutto ai roditori selvatici. Il contagio avviene generalmente attraverso l’inalazione di particelle contaminate da urine, saliva o feci di animali infetti. Nella maggior parte dei casi non si osserva una trasmissione significativa da persona a persona. Solo alcuni ceppi particolari, come l’Andes virus sudamericano, hanno mostrato in determinate circostanze una limitata trasmissibilità interumana, ma sempre in contesti di contatto stretto e prolungato”.

“La decisione del ministero della Salute italiano di attivare la sorveglianza attiva e la quarantena precauzionale per i quattro passeggeri transitati sul volo KLM va letta proprio nel principio di massima cautela che oggi guida la sanità pubblica. È un segnale positivo, non allarmante: significa che i protocolli funzionano, che la rete internazionale di monitoraggio è operativa e che si interviene tempestivamente anche quando il rischio appare basso”.

“Dobbiamo evitare due errori opposti: da un lato minimizzare qualsiasi segnale epidemiologico, dall’altro amplificare mediaticamente situazioni che al momento non presentano caratteristiche di elevata diffusività. È chiaro che il mondo moderno, con i grandi flussi turistici, i cambiamenti climatici, l’urbanizzazione e la crescente interazione tra uomo e ambiente naturale, favorisce l’emergere di zoonosi, cioè malattie trasmesse dagli animali all’uomo. Questo richiede una vigilanza continua e investimenti nella prevenzione. In Italia il rischio attuale resta molto contenuto. Non esiste una circolazione diffusa del ceppo coinvolto nel caso sudafricano e il nostro sistema sanitario dispone oggi di competenze, laboratori e strumenti di risposta ben più avanzati rispetto al passato. La vera sfida, semmai, è mantenere alta l’attenzione scientifica senza trasformare ogni episodio isolato in motivo di allarme collettivo”, continua Pregliasco.

“C’è poi un ulteriore elemento che non deve essere sottovalutato e che riguarda il progressivo indebolimento della cooperazione sanitaria internazionale. Le posizioni assunte da leader come Donald Trump negli Stati Uniti e Javier Milei in Argentina nei confronti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità rischiano infatti di avere conseguenze importanti sul piano della governance globale della salute”.

“L’OMS rappresenta, pur con tutti i suoi limiti e le criticità emerse anche durante la pandemia da Covid-19, uno strumento essenziale di coordinamento internazionale. Quando emergono nuove infezioni, focolai o possibili minacce epidemiche, il punto centrale non è soltanto la capacità del singolo Paese di curare i casi, ma soprattutto la rapidità con cui vengono condivisi dati epidemiologici, sequenze virali, informazioni cliniche e strategie di contenimento”.

“La pandemia ci ha insegnato che i virus viaggiano molto più velocemente delle decisioni politiche e che nessun Paese può pensare di affrontare da solo minacce sanitarie globali. Indebolire organismi multilaterali come l’OMS significa rischiare una frammentazione dei sistemi di allerta e sorveglianza, proprio mentre il mondo è esposto a nuovi rischi legati ai cambiamenti climatici, alle zoonosi, alla globalizzazione dei trasporti e alle tensioni geopolitiche”.

“Il pericolo maggiore non è soltanto sanitario ma anche culturale e politico: se prevale una logica nazionalista e di chiusura, si riduce la fiducia nella cooperazione scientifica internazionale e diventa più difficile costruire risposte coordinate. Pensiamo alla condivisione tempestiva delle informazioni, alle reti di laboratori, alla distribuzione dei vaccini, ai protocolli comuni di prevenzione. Tutto questo richiede organismi internazionali autorevoli e sostenuti dai governi. In un contesto di crescente instabilità globale, dalle guerre alle crisi energetiche fino alle emergenze infettive, la salute pubblica deve tornare a essere considerata un bene comune internazionale. L’OMS va certamente riformata e resa più efficiente e trasparente, ma indebolirla o delegittimarla rischia di lasciare il mondo più vulnerabile proprio nel momento in cui servirebbero più coordinamento, più ricerca condivisa e più cooperazione”, spiega ancora Pregliasco.