Come riferiscono diversi organi di stampa, due giorni fa Mantovano ha fatto leva sul magistero papale per asserire che i cattolici non possono non votare Sì, poiché la riforma costituzionale “si ispira” alla dottrina sociale della Chiesa e punta alla “realizzazione della giustizia”. È un passaggio logicamente improprio, che richiede un chiarimento immediato.
Parlare di “i cattolici” come di un soggetto unico significa immaginare un blocco disciplinato, omogeneo, quasi automatico. Ma il cattolicesimo italiano è, da decenni, una pluralità sociale: parrocchie e associazioni, movimenti, reti della cura e del welfare, famiglie, nuove generazioni, mondi del lavoro e delle professioni. Un’ecologia di sensibilità che non può essere ridotta a una consegna di voto senza scivolare nel paternalismo identitario.
Dottrina sociale: principi e non timbri
Il nodo è più serio: il magistero sociale della Chiesa non nasce per certificare riforme o architetture tecniche dello Stato. È un lessico esigente di principi – dignità della persona, bene comune, solidarietà, sussidiarietà, partecipazione, legalità come argine all’arbitrio – che chiede una traduzione storica attraverso discernimento, competenza e mediazione. Proprio perché si muove sul terreno dei principi, non può essere invocato come timbro di garanzia su un testo giuridico controverso.
Sul terreno della giurisdizione, che tocca l’equilibrio dei poteri, l’indipendenza e la responsabilità della magistratura, la tutela dei diritti e la fiducia dei cittadini, le scelte sono sempre anche prudenziali: dunque legittimamente discutibili, contestabili, riformabili. Usarla così è un salto logico: dai principi non si ricava una scheda precompilata.
La riforma non si battezza
La giustizia, in senso forte, non è un meccanismo: è un criterio ultimo. Nominarla significa chiamare in causa ciò che eccede la norma e resiste a ogni cattura istituzionale. È la differenza – decisiva – tra l’idea e l’assetto: tra un dover-essere esigente e una traduzione giuridica inevitabilmente imperfetta.
Per questo, su un terreno così delicato, non basta l’adesione a un’etichetta morale: serve phronesis, direbbe Aristotele, cioè giudizio pratico, capacità di pesare conseguenze e rischi, di tenere insieme beni in tensione. Una riforma è, al massimo, un tentativo di migliorare il funzionamento della giustizia secondo una certa visione.
Un credente può ritenere che il Sì rafforzi l’equilibrio del sistema; un altro può temere nuove fragilità; un altro ancora può giudicare prioritari interventi su risorse, personale, tempi, accesso alla difesa e presìdi territoriali della tutela giurisdizionale.
Tutto ciò non è deviazione: semmai è coscienza che ragiona, perché la coscienza – quando è adulta – non obbedisce ad automatismi: abita la complessità. E se il giusto è un nome che ci attraversa e ci mette alla prova, allora non lo si onora chiudendo la discussione con una formula, ma restando esposti al reale: alle storie, ai corpi, alle fratture che la legge dovrebbe saper tenere insieme senza spezzarle.
Una boutade infelice?
Il problema, allora, non è la fede dei cattolici, ma l’uso politico del sacro: sostituire l’argomentazione con l’autorità, come se bastasse evocare la Chiesa per chiudere la discussione. Siamo certi che sia stata solo un’uscita maldestra di un sottosegretario che quella tradizione conosce molto bene. Proprio per questo, se vuole davvero “ispirarla”, lo faccia dove brucia la storia: nelle politiche sull’immigrazione, nell’accoglienza, nei corridoi umanitari, nel lavoro e nell’abitare, nel contrasto alle paure costruite. Lì la tradizione sociale cattolica non è un alibi: è misura del reale. E, forse, anche della credibilità di chi la invoca.
