Quale modello per la sinistra italiana?

Si vuole costruire un’alleanza politica con una chiara e netta cifra riformista oppure si punta a dar vita ad un cartello elettorale unicamente cementato dall’odio nei confronti del nemico implacabile di turno?

Diciamoci la verità. L’attuale sinistra italiana è arrivata ad un bivio. Deve, cioè, decidere se in vista delle prossime consultazioni elettorali – tanto a livello locale quanto a livello nazionale – prevale il modello inglese o quello francese. Al netto, come ovvio, delle profonde e radicali differenze politiche ed elettorali dei tre paesi. Ma almeno su un punto c’è una convergenza di fondo e che interpella direttamente il progetto politico e programmatico della sinistra in questi tre paesi del vecchio continente. Ovvero, si vuole costruire un’alleanza politica e di governo con una chiara e netta cifra riformista oppure, e al contrario, si punta a dar vita ad un cartello elettorale unicamente cementato dall’odio nei confronti del nemico implacabile di turno? Che, nel caso specifico, è sempre e solo il fascismo. Dopodiché, che esista o meno questo rischio è un puro dettaglio.

Ma, per restare alla domanda originale, sciogliere questo nodo resta il vero fatto politico che riguarda e che investe l’intera sinistra italiana, seppur nelle sue multiformi e variegate espressioni.

E questo perché con il modello Starmer, anche se in Inghilterra esiste un sistema elettorale del tutto alternativo rispetto a quello italiano, è indubbio che la cultura e il metodo di governo hanno avuto il sopravvento su tutto il resto. E su quel paradigma ha chiesto ed ottenuto il consenso dei cittadini britannici cambiando decisamente la rotta rispetto al profilo del vecchio Labour party, il Partito laburista inglese.

Decisamente diverso il modello francese. Lì è prevalso, ancora una volta, ma adesso con maggior forza e sfidando anche l’incognita del voto popolare, la logica della sommatoria elettorale contro il “nemico”. A prescindere, com’è ormai evidente a tutti gli osservatori, da qualsiasi considerazione in merito alla convergenza programmatica dei vari partiti, alla cultura di governo degli stessi e alla volontà di dar vita ad un progetto politico condiviso di medio/lungo termine. No, l’unico elemento unificante è stato quello di battere il nemico. Poi si vedrà. A costo di convivere con il caos e la confusione istituzionale per anni.

Ora, alla luce di questa situazione, è altrettanto evidente che la sinistra Italia – quella radicale della Schlein, quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e quella populista e demagogica dei 5 Stelle – dovrà scegliere. E delle due l’una. O si privilegia il cartello elettorale contro il fascismo ricorrente, la dittatura, la svolta illiberale, la torsione autoritaria, la negazione delle libertà democratiche da parte della destra italiana e via discorrendo oppure, e al contrario, si inizia a tratteggiare e a costruire un progetto riformista e di governo che non è funzionale a creare un’ammucchiata elettorale ma a dar vita ad una coalizione di governo e a lungo termine.

Dal come si scioglierà questo nodo politico, culturale e programmatico capiremo anche la volontà – o meno – di aprirsi alle forze centriste, moderate e riformiste e non solo ai “partiti contadini” di comunista memoria. Ancora una volta, quindi, tutto è demandato alla politica e alle scelte concrete della sua classe dirigente.