La fabbrica del nemico assoluto
L’ultima escalation tra Israele, Iran e Stati Uniti riporta al centro una domanda radicale: quando la guerra cessa di riconoscere un avversario e comincia invece a negare l’umano? In questi giorni Donald Trump ha parlato di “resa incondizionata” dell’Iran, dopo l’avvio di un’offensiva presentata da Israele come attacco “preventivo”. È già qui, in questa sintassi della resa, che il conflitto compie un salto: il nemico non è più chi si combatte, ma chi viene spogliato di lineamenti e destino, fino a diventare un’ombra da estinguere.
Il limite perduto dello iustus hostis
La grande tradizione politica europea, pur tra limiti e ambiguità, aveva almeno custodito un argine: l’idea dello iustus hostis, il nemico riconosciuto. Non l’amico, certo, ma non ancora un demone da schiacciare. Finché l’altro resta un avversario, la guerra conserva un volto tragico; quando invece diventa il male assoluto, si rovescia in una macchina di annientamento. Sociologicamente, è questo il punto decisivo: ogni guerra costruisce il proprio antagonista prima sul piano simbolico che su quello militare. Lo semplifica, lo svuota di storia, lo separa dai suoi legami, lo priva perfino del diritto a essere compianto. La disumanizzazione non inizia quando cadono le bombe, ma quando le parole hanno già sepolto l’uomo.
Ettore e il corpo come ultima frontiera
La mitologia greca aveva compreso con lucidità spietata questo crinale dell’umano. Ettore, nell’Iliade, è il nemico di Achille, ma non è mai una figura astratta: è figlio, padre, marito, difensore della città. Proprio per questo l’oltraggio al suo cadavere grava più della sua stessa morte. Quando Achille trascina le spoglie di Ettore, non ferisce più un guerriero vinto: lacera il vincolo tra i vivi e i morti, infrange il dovere della sepoltura, intacca la misura stessa della civiltà. Non a caso l’Iliade si ricompone soltanto quando Priamo ottiene la restituzione del figlio e il poema si chiude con le esequie di Ettore.
Antigone e il lutto negato
È qui che Antigone diventa necessaria. Quando Creonte vieta la sepoltura di Polinice, non infligge soltanto una pena postuma: decide che quelle spoglie non meritanopiù alcuna appartenenza, che quel morto deve restare fuori dal cerchio di coloro cui è concesso il lutto. Antigone spezza questa logica perché comprende una verità essenziale: dare sepoltura non è un gesto privato, ma un atto politico, antropologico, civile. Ogni potere che assegna il lutto ad alcuni e lo nega ad altri ha già tracciato, con mano feroce, una partizione dell’umano. Il lutto negato è forse la forma più radicale della disumanizzazione: non basta uccidere l’altro, bisogna anche impedirgli di essere compianto.
Simone Weil e la forza che trasforma l’uomo in cosa
Simone Weil, nel suo straordinario saggio sull’Iliade, porta questa intuizione al suo vertice: la vera protagonista del poema è la forza. La forza che schiaccia, che acceca, che riduce l’uomo a cosa. E non solo il vinto: anche chi la esercita ne resta deformato. È un’intuizione decisiva per leggere le guerre contemporanee. La forza non devasta soltanto i corpi; entra negli occhi, corrompe lo sguardo, addestra il dolore al silenzio, disegna geografie del pianto. Alcuni morti diventano fisionomie, storie, nomi; altri scivolano subito nella statistica. È lì che il conflitto mostra il suo profilo più spietato: quando non semina soltanto morte, ma anche cancellazione.
Il morente e la dignità del vinto
Per questo il Galata morente (v. immagine di copertina) sprigiona una forza simbolica straordinaria. Nato per celebrare una vittoria, quella figura abbattuta non viene ridicolizzata né degradata: custodisce nobiltà, dolore, dignità. Il vincitore, in quella rappresentazione, mostra la propria statura non umiliando il vinto, ma riconoscendolo nella sua dignità. È una lezione severa anche per noi: una civiltà non si misura solo da come onora i propri caduti, ma da come guarda i morti dell’altro. Il corpo di Ettore, Antigone davanti a Polinice, il Galata che muore senza perdere fierezza ci consegnano la stessa verità: l’abisso della guerra non è soltanto uccidere, ma strappare all’avversario il profilo umano, il nome e perfino il diritto di essere pianto. Se all’uomo che ci sta di fronte vengono strappati il volto, il nome e il pianto, quale umanità resta in piedi tra le macerie?
