Home GiornaleQuando Rigobello poneva il problema della «indipendenza» di chi esercita funzioni pubbliche

Quando Rigobello poneva il problema della «indipendenza» di chi esercita funzioni pubbliche

In vista del seminario promosso dall’Istituto Maritain, riproponiamo un intervento del filosofo personalista (Il Popolo, 31 gennaio 1980). Rigobello pone una questione attualissima (caso Anac insegna), quella dello status del  funzionario pubblico.

Un filosofo del personalismo cristiano

Armando Rigobello è stato una figura significativa del pensiero filosofico italiano del Novecento. La sua ricerca, nutrita dal confronto con il personalismo cristiano e con la tradizione filosofica europea, ha posto al centro la persona, la sua libertà e la sua responsabilità morale.

Mercoledì 25 novembre 2026, dalle ore 10 alle 13.30, l’Istituto Internazionale Jacques Maritain gli dedicherà a Roma un seminario di studi dal titolo «Fede e ricerca in Armando Rigobello», presso il Centro di Servizio per il Volontariato (CSV) Lazio, in via Liberiana 17.

Dopo gli interventi introduttivi di Gennaro Giuseppe Curcio, Marco Ivaldo e Francesco Miano, il programma prevede i contributi di Fabrizia Abbate, Luigi Alici, Emilio Baccarini, Massimo Borghesi, Paolo Nepi e Giovanni Salmeri. Le conclusioni saranno affidate a Lucio D’Ubaldo.

La lezione civile di Rigobello

Per accompagnare questa occasione di approfondimento, Il Domani d’Italia ripropone un articolo dello stesso Rigobello, «Stato, funzionari e società nazionale», pubblicato su Il Popolo il 31 gennaio 1980.

È una pagina che permette di cogliere un aspetto importante del suo pensiero: il nesso tra riflessione filosofica, coscienza morale e vita delle istituzioni.

Rigobello pone una questione tuttora attualissima, quella dell’indipendenza delle funzioni pubbliche, inseparabile dalla responsabilità verso l’interesse generale. Il rapporto tra Stato, funzionari e società nazionale non può essere ridotto a una questione puramente amministrativa: investe il significato stesso del servizio pubblico e la qualità della convivenza democratica.

A quasi mezzo secolo di distanza, il recupero di questa riflessione significa anche ricordare quanto il pensiero personalista abbia contribuito a formare una cultura politica attenta alla dignità della persona, alla responsabilità delle istituzioni e al bene comune.

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Stato, funzionari e società nazionale

 

di Armando Rigobello

Ho avuto occasione recentemente di rileggere pagine dei Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel e precisamente quelle in cui delinea la figura del pubblico funzionario. Il cittadino che esercita un servizio pubblico è, secondo Hegel, la concreta realizzazione dello Stato poiché lo Stato diventa qualcosa di sensibile, di sperimentale proprio quando si traduce in atti amministrativi. Per poter adempiere al suo compito il funzionario pubblico è tenuto «al sacrificio del suo punto di vista soggettivo, la sua identificazione con l’interesse generale determinano il suo isolamento sociale, la sua solitudine etica, una solitudine che in qualche modo ricorda quella di cui parla Humboldt a proposito del professore universitario».

Questo tipo di vita che il funzionario deve assumere richiede d’altra parte, e per conseguenza, determinate garanzie e, al limite, dei privilegi: «L’appagamento garantito della sua particolarità e la liberazione della sua posizione esterna e della sua attività ufficiale da altra dipendenza e da altro influsso soggettivo» (par. 294). In altre parole deve avere protezione giuridica e sicurezza economica, privilegi e indipendenza come condizioni per esercitare il suo compito in piena libertà. Lo Stato, conclude Hegel, deve difendere il pubblico funzionario anche «contro le passioni dei governanti, il cui privato interesse sia offeso, col far valere l’universale contro di esso» (par. 294). In sintesi la condizione del funzionario incaricato di pubblico servizio si riassume in due elementi intimamente connessi: rinuncia alla sua soggettiva valutazione e privilegi che rendano possibile in concreto questa rinuncia.

Ho richiamato queste pagine hegeliane non tanto per una curiosità culturale ma per l’attualità, o inattualità se si vuole, che essa riveste se le rileggiamo pensando alla situazione presente nelle strutture amministrative e giudiziarie della nostra Repubblica, oggi. Pensiamo alla situazione in cui si trova oggi il tessuto connettivo del nostro Stato, così come concretamente si manifesta ed agisce attraverso coloro che sono investiti di pubbliche funzioni dal magistrato al burocrate, all’insegnante, a chiunque è impegnato in un pubblico servizio, non esclusi gli operatori nel campo delle comunicazioni di massa. Non intendo soffermarmi su alcun caso particolare, ma accennare ad un’atmosfera morale e politica, ad una situazione che tutti ci coinvolge poiché tocca i cardini stessi della nostra vita associata: la certezza del diritto, l’interpretazione della legge, l’efficacia dell’educazione e dell’informazione.

In numerosi dibattiti e prese di posizione si rivendica l’autonomia, la professionalità, la garanzia di indipendenza per il pubblico funzionario. Ciò è particolarmente giusto: rappresenta un’esigenza fondamentale. La stessa divisione dei poteri, che è un cardine dell’ordinamento democratico dello Stato, lo esige. Il modo problematico è tuttavia un altro, quel rapporto di intima connessione, posto in luce da Hegel, tra l’autonomia garantita e la rinuncia al giudizio soggettivo e al criterio particolaristico nell’esercizio della pubblica funzione. Spesso assistiamo ad un’aperta lacerazione di questo legame e si rivendica la propria autonomia, si chiedono garanzie ma per poter far prevalere, con la forza dei mezzi istituzionali, propri particolari e talvolta particolarissimi e settari punti di vista. La lacerazione dell’equilibrio tra rinuncia e privilegio conduce lo Stato alla disgregazione.

Il nodo centrale del discorso va tuttavia ulteriormente spostato e investe il contenuto ideale dello Stato stesso. Per Hegel era relativamente facile delineare la figura del pubblico funzionario poiché il suo sistema concepisce lo Stato quale organismo etico, depositario di precisi valori, anzi è la loro incarnazione pubblica e storica. Ma al di fuori di questa prospettiva, come individuare «l’interesse generale»? Il nostro Stato non è dotato della «eticità» hegeliana, ma ha tuttavia una Costituzione ricca di principi ideali. Sappiamo bene come anche la Costituzione possa essere variamente interpretata, e ciò è anche garanzia per un suo duttile adattamento a situazioni storiche che mutano. Si tratta però di senso delle proporzioni e di saggezza interpretativa.

Si ha la sensazione, ma si tratta di una sensazione precisa, che il problema sia sì un problema giuridico e quindi politico, ma sia soprattutto un problema morale. Il pubblico servizio è un punto focale in cui emergono concezioni e situazioni di fondo in merito al senso della vita associata e quindi dell’uomo in se stesso. Il problema ideologico o più esattamente speculativo: una dottrina che cala direttamente nelle convinzioni morali, che in esse trova lo stimolo, la direttiva e il sostegno nella stessa ricerca teorica. È nota l’affermazione di Péguy secondo cui la rivoluzione o sarà morale o non sarà affatto. Lo stesso possiamo dire del rinnovamento della nostra vita pubblica.